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Il premier si è lanciato a tempo pieno nella girandola di incontri che i cosiddetti leader europei stanno facendo, dopo aver provocato con la loro incapacità quasi la deflagrazione dell’Europa. Matteo Renzi pensa forse che questo accrescerà la sua autorevolezza politica rafforzandolo in vista delle prossime scadenze. Soprattutto sul fronte interno di partito, di nuovo inquieto. Finora abbiamo assistito alla recita di un copione scontato. Con la minoranza, fregata innanzitutto dalla sua stessa indecisione e poca chiarezza di obiettivi, che ha continuato ad abbaiare alla luna. E il premier che ha proseguito imperterrito a raccontare agli italiani un Paese di Bengodi assolutamente inesistente. Stavolta, però, c’è di mezzo l’impietoso responso delle urne alle amministrative…
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D’Alema ha dipinto in modo aspro ma veritiero le direzioni del pd: "Sono momenti di propaganda. Il capo fa lunghi discorsi, cui seguono brevi dichiarazioni di dissenso; poi parlano una cinquantina di persone che insultano quelli che hanno dissentito. Non c’è ascolto, non c’è confronto. Non esiste la possibilità di trovare convergenze o accordi". Però stavolta il berluschino avrà qualche difficoltà in più. I risultati delle amministrative hanno parlato chiaro. Ulteriore disaffezione dei cittadini verso le urne. Insoddisfazione verso il partito al potere. E forte desiderio di cambiamento, visibile soprattutto nei clamorosi risultati di Roma, di Torino e in altre città. Di qui la netta sconfitta del Pd renziano. Muscolare ma solitario e incapace di dialogare con altre forze politiche. Che tipo di partito si ritrova il premier? In arretramento nelle grandi città (dove è forte nei quartieri borghesi, ma debole nelle periferie popolari). Indebolito nel suo insediamento tradizionale nelle zone cosiddette rosse. Sconfitto anche in aree dominate da alcuni dei suoi principali dirigenti, come il Friuli della Serrachiani o la Arezzo della Boschi. Quasi fuori dei giochi a Napoli. E silenzioso sui principali problemi del Mezzogiorno.
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Ora la tenaglia si é fatta più stretta intorno al premier. Le (diverse) minoranze sono state rafforzate dal risultato nelle loro posizioni critiche. In particolare sulla gestione personalistica del partito e sullo spostamento del baricentro politico del Pd e del governo a destra. Una scelta dimostratasi non pagante su quel versante. E perdente tra l’elettorato di sinistra. Non meno preoccupante è però lo scenario esterno. L’attuale alleato Ncd, scarso di voti ma ricco di esponenti, intende garantire loro la rielezione in una futura coalizione con il Pd attraverso il premio di maggioranza. E avrebbe già più volte minacciato conseguenze sull’esecutivo se l’Italicum non dovesse cambiare. Al varco attendono il Pd anche le componenti a sinistra del Pd, forti per esempio del risultato di MIlano, dove un centro-sinistra unito ha sconfitto il centro-destra. Sarà per questo che, con toni da sdoppiamento quasi psico-analitico e immancabilmente comici, qualche giorno fa, Renzi ha rivolto con una newsletter un invito pubblico evidentemente a se stesso, premier e segretario Pd: “Il Pd e il governo cerchino di capire come e dove possiamo fare meglio”. “Ci si apra di più al territorio, alle riflessioni e alle critiche”!

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Le amministrative hanno segnato soprattutto la fine del mito della sua invincibilità politica ed elettorale sulla quale ha basato la sua permanenza al potere. Il suo grande corteggiamento all’establishment e all’elettorato di destra , fino al completo snaturamento ideologico, morale e politico del pd e delle sue radici, ha elettoralmente fallito. E ora il premier si trova dinanzi a un pericoloso bivio. La prima opzione è quella, con un bagno di umiltà, di tentare di ricucire strappi e ridurre le tensioni interne, per poi aprire un dialogo con altre forze politiche. Anche perché le proiezioni dei risultati amministrativi sulle politiche dicono che se il Pd dovesse arrivare a un ballottaggio con l’Italicum contro i pentastellati, questi ultimi vincerebbero! L’altra ipotesi è accelerare la resa dei conti interna. Con il rischio però di perdere definitivamente preziose quote di elettorato. E forse compromettere le sue prospettive anche in vista del referendum. In ogni caso, proprio l’attuale situazione dimostra tutta la fragilità dell’impalcatura politica renziana. Appena la figura del leader si indebolisce, tutte le incognite e le conseguenze si ripercuotono direttamente – e pericolosamente – sul governo e sul partito di maggioranza!
edito dal Quotidiano del Sud

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