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Il premierato non è il primato del Parlamento, tantomeno del popolo

Di Giuseppe Gargani*

Il ministro Elisabetta Castellani, ha sostenuto in Senato e ha confermato in un articolo di risposta all’on Paolo Pomicino, che il premierato, cioè l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri, è “giustificata dalla instabilità dei governi” e ha confermato che la riforma “salva il primato del Parlamento”.
È questo un argomento molto forte per la propaganda, ma il ministro parla dei 76 anni di instabilità di storia repubblicana ma poi nell’articolo fa riferimento “agli ultimi 10 anni italiani che hanno fatto pagare 265 miliardi di interessi in più sul debito pubblico a causa delle alternanze dei governi diversi che hanno generato aumenti dello spread”. Come è possibile che si continui a ritenere responsabile la Costituzione o una mancata legge per questa anomalia, quando dovremmo essere tutti convinti che la stabilità dipende dalla politica e molto poco da una legge anche se costituzionale o dai regolamenti!? Fino agli anni 90 i tanti governi hanno dato stabilità di indirizzo politico e l’Italia ha progredito e si è sviluppata, e il ministro non può non esserne consapevole.

Dagli anni 90 si sono cambiate le leggi elettorali proprio per garantire la stabilità con i risultati che sappiamo e in ogni caso se l’attuale governo ritiene di durare tutta la legislatura vuol dire che non ha bisogno di norme costituzionali!
L’Associazione degli Ex Parlamentari, che ho l’onore di presiedere, nel mese di dicembre in un convegno alla Camera dei Deputati ha manifestato la preoccupazione che il Parlamento possa perdere la posizione fondamentale di garanzia della democrazia che la Costituzione le assegna, e che nonostante la crisi mantiene.

L’Associazione nel rispetto del suo Statuto difende il ruolo del Parlamento e della Costituzione”, e lo fa con grande consapevolezza ma credo che questo sia un dovere di ogni parlamentare e di ogni cittadino.
Noi prendiamo atto che il ministro assicura che il primato del Parlamento è salvo, anche se è isolata in questa sua affermazione soprattutto rispetto alla scuola costituzionale italiana e non solo italiana, ai tanti cultori di diritto e a tutti quelli che hanno letto senza pregiudizi il testo della riforma.

La principale considerazione da fare è che la funzione del Parlamento non si limita al consenso al governo in carica ma ha funzioni complesse e delicate e soprattutto ha il controllo sul governo come vuole la Costituzione che sarebbe impossibile secondo la “riforma”. D’altra parte con l’attuale legge elettorale sarebbe nullo il potere di controllo se il Presidente del Consiglio avesse il suffragio diretto con parlamentari “nominati” per volontà dei capi.
Sono problemi delicati e complessi che non possono essere assegnati alla sola maggioranza, ma dovrebbero coinvolgere tutti con ascolto reciproco, il che non avviene. Tanti di noi che abbiamo svolto il ruolo di parlamentare per tanti anni, non prevenuti e tanti giuristi hanno posto problemi per i quali sono necessarie risposte.
E il ministro, visto che è presente in maniera anomala in Parlamento, perché, come diceva Costantino Mortati, il Governo dovrebbe essere assente quando si discute di riforme costituzionali, dovrebbe farsi carico di dare risposte ma convincenti e realistiche.
Il Governo ha proposto poche e piccole norme per entrare come uno gnomo nel buco della serratura e ottenere una riforma assolutamente non coerente con l’attuale Costituzione.

Insomma, dire che la riforma ipotizzata non intacca i poteri del Parlamento e quelli del Presidente della Repubblica è contro la logica e il buon senso.
Tra i primi interrogativi c’è quello che si riferisce all’articolo 139 che ritiene non modificabile la forma repubblicana di governo per cui la riforma sarebbe anticostituzionale.

Questo riferimento costituzionale dovrebbe essere decisivo, ma vi sono tanti altri interrogativi.
Nei periodi di crisi e di grandi tensioni sociali, con una marcata differenza tra ceti sociali, come quello che stiamo attraversando, a cui si aggiunge la crisi della legge, la incertezza della norma, è difficile operare riforme di sistema: il mondo è dilaniato da contrasti e guerre ed è quindi pericoloso delegare ad uno solo il potere di decidere.

Le leggi, per il passato, duravano decenni perché rappresentavano il comune sentire, un punto di equilibrio di fenomeni complessi della società che il legislatore riusciva a fotografare e rappresentare. Oggi le leggi risultano settoriali, corporative, e proprio per questo hanno un valore “provvisorio”.
Questo per sottolineare che quando vi sono le emergenze che determinano fibrillazioni, contrasti e scontri nella comunità civile, non è opportuno procedere con riforme strutturali.
Quando con una revisione legislativa si vuol toccare un equilibrio consolidato bisogna individuarne e indicarne un altro che sia coerente con l’architettura complessiva.

La consistenza della Costituzione è incentrata sul fatto che il popolo è sovrano ma non con potere assoluto: la società è “mediata” da partiti, corpi intermedi e soprattutto dal Parlamento: bisogna evitare troppo potere sia in capo al vertice politico sia alla base… per concentrare il potere (e i pesi e contrappesi) nei meccanismi intermedi.

Il populismo moderno, simbiotico con l’invidualismo ormai addirittura superato da quello che alcuni filosofi chiamano “singolarismo”, mette in discussione proprio questo. Fa il deserto in mezzo per far crescere la base, il popolo sovrano, e il capo carismatico.
Questo è il tema che va aggredito. La Costituzione non vuole l’uomo forte al comando, ma non vuole nemmeno l’uomo forte per strada, che sulla base delle sue emozioni contingenti possa dominare le scelte.

La democrazia senza rappresentanza può andar bene per le decisioni amministrative, ma non per la “politica” in senso generale. E quindi la Costituzione prevede che al popolo sia attribuita la sovranità, ma esercitata con regole che la stessa Costituzione impone. D’altra parte la democrazia non si esaurisce dando il voto ogni cinque anni con pieni poteri al Presidente!

“La crisi della democrazia”, ha scritto Agostino Giovagnoli “è soprattutto crisi di pluralismo e in particolare di quei corpi intermedi che la Costituzione italiana mette a fondamento di tutto l’edificio politico-istituzionale.
Perché il popolo non ha mai una voce sola ed è rappresentato solo dall’insieme di tante voci diverse”.

È indubbio che queste principali e succinte domande hanno bisogno di riposte per ricercare soluzioni condivise che allontanino il sospetto di voler artatamente ritenere così grave la crisi della democrazia da immaginare la necessità di una persona al comando senza i pesi e i contrappesi che hanno caratterizzato il pluralismo costituzionale. Il quale è necessario proprio nei momenti di crisi.
Nel mondo c’è lo scontro tra democrazia e autocrazia, per cui per conservare “la nostra” democrazia è necessario non fare modifiche che, al di là delle intenzioni, possano determinare situazioni istituzionali non prevedibili.

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