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Il sisma dell’80, il buio, il silenzio e la preghiera alla beata: quella data che ci ha segnato per sempre

Antonietta Gnerre
Ci sono date che sembrano pezzi di un unico puzzle: sono quelle che ascoltiamo, leggiamo e pronunciamo ogni volta che la terra trema.
Del resto, ogni terremoto è ricordato con una data che ritroviamo quando guardiamo gli occhi di chi si salva. Quando contiamo i nomi di chi non si salva, tra questi, anche quelli dei bambini. Quando restiamo attoniti nel vedere gli sfollati: le abitazioni crollate. Morte, dolore, paura, rabbia sono gli elementi attorno ai quali ruota un terremoto. È difficile anche pregare quando la terra trema.
Chi è nato in Irpinia non dimenticherà mai quel minuto e mezzo del 23 novembre del 1980. Quello che accorcia, ancora oggi, le distanze degli anni, senza divieti, come un sipario che si apre a sorpresa. Ecco mi rivedo: ho dieci anni, i pomeriggi, che trascorrevo in giro per le campagne dei Manganelli, vicino alla frazione dove si è ramificato il mio cognome, sono tutti davanti a me. Sì, anche quello del 23 novembre è davanti ai miei occhi. Ѐ domenica, sono con le amiche in giro a scoprire nuove storie da raccontare e a guardare Montefusco.
Le case della piccola frazione dei Gnerre, a ridosso del Ponte Zeza, formano un piccolo cerchio. Sono rimaste così negli anni. Da quel luogo si può ammirare tutta la bellezza di Montefusco che sembra una nave di case in mezzo al cielo. Un paese che, un tempo capitale della Provincia del Principato Ultra, domina le Valli del Calore e del Sabato (nel 1806 una legge, votata a Napoli, trasferì la sede del Principato Ultra ad Avellino).
Quel pomeriggio, le ore si riempirono di tante promesse che facevano presagire una più grande felicità, cantando a squarciagola una delle canzoni più ascoltate dell’estate: Non so che darei di Alan Sorrenti. Così, nella prossimità del sisma, noi bambine, grazie all’aria calda, al blu di un cielo indescrivibile, trascorremmo un pomeriggio fuori dagli schemi autunnali. Quel giorno tutti i bambini dell’Irpinia, anche quelli che poi avrebbero incontrato la morte, giocarono in giro fino a sera.
Quella felicità pomeridiana, però, si stava lentamente spegnendo, all’improvviso, qualcosa d’ignoto ci unì nel terrore. Ecco: rivedo il corridoio di casa, fui l’ultima a raggiungere il portone. Mia madre gridò, con aria sgomenta: è il terremoto. Tutto tremò. Gli alberi dietro casa tremarono. La terra esalò il suo lamento preceduto dall’ululare dei cani, dal volo disorientato degli uccelli. Sì, era il terremoto.
Seguì un buio angoscioso. Tutto diventò silenzio, la notte respirò il dolore delle case crollate (nella zona dell’epicentro). La nostra macchina diventò la nostra casa: io, mia madre e i miei fratelli restammo abbracciati nella notte più lunga della nostra vita. Una delle cose più commoventi, che ricordo, fu la preghiera rivolta a Teresa Manganiello. Già allora, nella mia famiglia – grazie a zia Elisabetta, Superiora Generale delle Suore Francescane Immacolatine – giravano le immaginette per la beatificazione di Teresa (di Montefusco). Una di queste era custodita nella macchina di papà. Teresa quella notte seguì ogni nostra paura. Soprattutto, da quella sera costruimmo un legame che nel tempo è diventato necessario.
Così, io e Teresa, ci siamo conosciute per davvero nella preghiera. Una conoscenza che negli anni avrei approfondito fino a farla confluire nella consulenza che ho fornito allo scrittore Andrea Fazioli per il libro La beata analfabeta. Teresa Manganiello, la sapienza delle erbe (San Paolo, 2016. Collana Vite Esagerate).
Io e miei fratelli eravamo temporaneamente senza papà e forse per questo avevamo tanta paura. Papà si trovava negli Stati Uniti – era partito per scoprire nuovi aspetti sulla storia di suo nonno emigrato negli anni venti e mai più tornato – e ci raggiunse, con la sua voce, dopo parecchi giorni. Tornò dal suo viaggio con la paura nel cuore. Il suo terremoto l’aveva vissuto dai notiziari. Ancora oggi mi chiede di quella sera: io gli racconto di una luna che mutò per sempre i nostri sogni; continuo a raccontargli che in quella notte imparai anche a pregare.
Pregare la beata Manganiello è un’abitudine che conservo. Papa Francesco ha detto più volte che la preghiera è potente. Egli stesso comincia ogni sua giornata alzandosi prima dell’alba e dedicando alla preghiera le prime due-tre ore.
Perciò anch’io coltivo questo rapporto con la beata come una stella polare che orienta la mia vita. La sua straordinaria storia umana, il suo sguardo, che da Montefusco osservava l’Irpinia, m’insegna che devo con orgoglio amare questa terra. Teresa, vissuta solo ventisette anni verso la fine dell’800, continua ad accendere, con la sua luce, la fiaccola divina della fede. Sì, Teresa ha ancora molto da insegnare, anche a chi non è di questi luoghi (Per me – insieme a San Guglielmo, fondatore di Montevergine e Patrono d’Irpinia – anche lei potrebbe assurgere al ruolo di protettrice dell’Irpinia).
A volte, basta un solo rumore e il peso di quel minuto e mezzo del 1980 diventa di nuovo visibile. C’è stato un periodo in cui sentivo le scosse anche quando non c’erano. Le sentivo ovunque. C’è voluto del tempo per iniziare a vivere di nuovo: mangiare a un tavolo, dormire in un letto, stare seduta in un banco di scuola, ascoltare il vento, proprio come faceva Teresa. Chi è cresciuto in Irpinia si porta disegnato sul corpo quella data che separa il prima e il dopo della nostra storia. Chi eravamo, chi siamo ora.

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