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L’Umano Fiorire di Gnerre, i versi che si fanno preghiera: quel dialogo tra memoria, natura e spirito

“Guardare la fioritura dalla radice nel tentativo di cogliere ciò che è reale e ciò che è invisibile”. Spiega così la poetessa Antonietta Gnerre come nasca la sua raccolta “Umano fiorire”, Passigli editori, nel corso della presentazione al Circolo della stampa. E’ il direttore del Corriere dell’Irpinia Gianni Festa a sottolineare come i versi di Gnerre “in un mondo smarrito, in cui siamo quasi alla soglia della terza guerra mondiale, rappresentino un invito alla rinascita dell’umanità, un appello a non dimenticare la bellezza della natura, a valorizzare i sentimenti e le relazioni. Una poesia che celebra il creato e restituisce speranza in un tempo in cui l’economia appare dominante e la povertà cresce in maniera vertiginosa”. Sono quindi Annarita De Feo e Nello Fontanella a soffermarsi sulla forza dei suoi versi, ponendo l’accento sulla capacità dell’autrice di restare fedele ai valori della cultura contadina, nel segno di un legame autentico con le radici “Antonietta canta la bellezza delle cose semplici, l’amore per la terra, il valore degli abbracci. In questo modo la natura diventa spazio per meditare su temi come il tempo e la rinascita”. Gnerre ricorda come custodisca dentro di sè la memoria della cultura contadina, riferimento costante insieme alla filosofia del Novecento “E’ una poesia nella quale rendo omaggio all’Irpinia, a mio padre, scomparso nel 2022. Una poesia che nasce dall’osservazione e dalla memoria, da visioni che prendono forma. Il mio è un invito a rallentare, a soffermarsi su ciò che diamo per scontato, a cominciare a guardare ciò che ci circonda con attenzione come chiedo di fare ai miei alunni”. E’ poi Paolo De Vito a restituire nuova forza ai versi di Gnerre, nell’interpretazione dei suoi componimento.
Centrale il riferimento alla Laudato sì di Papa Francesco, nel segno di una spiritualità ecologica, che abbraccia il sacro “Ho sempre immaginato che radici e piante potessero comunicare, di qui l’idea di una preghiera  rivolta agli uomini, la salvezza che deriva da gesti gentili come benedire la terra o tendere una mano a chi soffre”. Una preghiera che non può che parlare di pace “Un giorno ascolterete/la preghiera della terra/l’acqua accarezzerà le stelle/Una musica nell’ossigeno/vi porterà la pace”. Parole che sembrano lanciare un messaggio forte all’uomo del nostro tempo “Pregare con le pietre/andando a ritroso/sotto le bombe/nell’estremo dolore/del mondo”. Il tragitto della pace è lungo poiché chiede  di “cercare il primo sostrato dell’umanità”. E di non smettere di avere fede nel creato “L’incantesimo della natura/è il principio di ogni bene/qualunque cosa tu vedrai”. Poichè l’alternarsi delle stagioni ricorda che la primavera ritorna sempre “C’è pace sul verde/che dorme ancora fianco a fianco/con la terra/In Irpinia il vecchio meccanismo/della rinascita procede per istinto/Educa a meravigliarsi”, e tutto ha origine “nella promessa di un filo d’erba”. Di grande intensità i versi dedicati al padre tra memoria e presente “Facevo finta di non sapere/quanto fosse imprevedibile/giocare a girotondo/chiudevo gli occhi nei utoi/mentre la luce di quegli anni/illuminava le colline, i pali del telefono/La morte non c’era/So che sei ancora lì a indicare/con un dito/la leggenda dei soffioni”. Ed è ancora possibile, chiarisce Antonietta ,credere nella forza degli abbracci “Abbiamo inventato gli abbracci/quando non sapevamo/ancora camminare dritti/Quando custodivamo le radici/come tesori. E accarezzavamo/le pietre nelle caverne/Secoli e secoli per comprendere/che se ci abbracciamo tutto diventa sacro/le strade, i ponti, le finestre./Abbiamo inventato gli abbracci/per oltrepassare la storia/i recinti che abbiamo costruito”, E’ l’io poetico a diventare lui stessa pianta o radice “Se potessi spuntare anche io/ora e per sempre/dal santo terreno/comprenderei di più/i miei pensieri/volerei su ciò che non vedo/su ciò che non sono stata/l’endocarpo dei sogni”. Poichè l’unica strada è ritornare all’umano, “abitare con amore/questa nostra casa nell’universo”. E c’è ancora speranza nel “benedire la terra, le foglie che la baciano/Sentire, con grazia, la ferita sulla mano/il cerotto che la copre”.

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Floriana Guerriero

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