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Il terremoto in Irpinia raccontato su Rai 3

Qualche giorno dopo la tragedia del terremoto, il 7 dicembre del 1980, Alberto Moravia, nel suo reportage di viaggio per l’Espresso, così descriveva i paesi irpini:

Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano, adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili.  Tanti sono i morti in quel cimitero, che vedo laggiù, con il suo recinto e le sue fila di tombe, i suoi cipressi, che non riesce più a contenerli.”  

Era una domenica sera di novembre del 1980, il 23, quando le vite di migliaia di persone furono sconvolte per sempre. Segnate da un destino atroce: sopravvivere anzitempo ai propri cari, ai propri figli; convivere con la rabbia dentro per il ritardo dei soccorsi e con il rimorso per non aver potuto fare nulla, da soli, per salvarli.

A quarant’anni dal grande sisma che sconvolse l’Irpinia e l’Italia intera, le telecamere di RaiTre, per la trasmissione Geo, ritornano sui luoghi della tragedia; i luoghi cosiddetti del cratere, in particolare su Conza della Campania, Sant’Angelo dei Lombardi,  Lioni,  per raccogliere testimonianze, storie ed aneddoti inediti dei superstiti, ora uomini/donne adulti, ma che all’epoca dei fatti erano bambini spaventati, salvati con coraggio dalle macerie, talvolta con estremo sacrificio, molto spesso sopravvissuti ai propri genitori.

Il documentario, si avvale distorie di vite spezzate, ma soprattutto di vite ritrovate, come quella di Fortunata, e Carmencita, oggi quarantenne, sopravvissute per tre giorni sotto le macerie dell’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi, salvate grazie alla solerzia e caparbietà di un giovane volontario, Vigile del Fuoco emiliano di Cesena, Luciano Tontini, oggi 70enne, che insieme a Fortunata Donatiello e a Carmencita Cona è il protagonista principale di questa storia.

Luciano, quella sera, è in servizio nel comando dei Vigili del fuoco a Cesena. Quando i comandanti chiedono chi volesse partire per l’Irpinia, Luciano non ci pensa due volte. “Me la sono sempre sentita dentro la voglia di aiutare gli altri, è stato logico dire di sì”, commenta oggi.

Il suo compito, nelle zone terremotate, a Sant’Angelo dei Lombardi, è quello di montare tende per i soccorritori; ma il mercoledì mattina, camminando in mezzo alle macerie dell’ospedale crollato, Luciano sente il pianto di un bimbo.

L’uomo parla con i medici e scopre che in quel punto, prima del crollo, sorgeva il reparto neonatale, ma i dottori gli dicono che dopo 3 giorni è impossibile che ci siano dei superstiti, i colleghi e i superiori lo consigliano di lasciare perdere.

Luciano, però, non si arrende: prende un cric e pian piano inizia a scavare tra le macerie, fino a raggiungere un’incubatrice in cui trova una bambina in lacrime. Luciano riesce a recuperare la bambina, che i genitori chiameranno Fortunata, e a portarla ai medici.

Subito dopo aver salvato Fortunata, Luciano sta male ed è operato d’urgenza di appendicite, così non riesce a incontrare i genitori della bambina che aveva portato in salvo.

Per molti anni cerca di avere notizie, fino a quando decide di affidarsi alla trasmissione televisiva “Ultimo minuto” per lanciare un appello. Porta con sé la copertina di lana che quel fatidico giorno avvolgeva la bambina nell’incubatrice.

La madre riconosce quella coperta e si mette in contatto con la trasmissione: da allora Luciano e Fortunata hanno iniziato un rapporto di profonda  amicizia che continua tutt’oggi.

Qualche giorno dopo, una volta ripreso, mi dissero che in quella porzione di macerie erano state recuperate altre due neonate”.  Racconta Luciano.

Da allora ci siamo visti più volte. Un’emozione grandissima – confessa – come quella vissuta nel 2000 a Lioni quando altre due ragazze vennero a ringraziarmi. Non so descrivere lo stupore e la gioia di quel momento”.

Si tratta soprattutto di un viaggio itinerante negli usi, costumi, sapori e tradizioni dell’antico territorio irpino attraverso una  narrazione sperimentale che oltre a mostrare la bellezza dei paesi ricostruiti,  coinvolge nel racconto  le molteplici forme d’arte e artigianato locale.

Attraverso un’appropriazione originale e innovativa dei cosiddetti Luoghi dell’Assenza, spazi urbani e naturali, come rocche, castelli, piazze disabitate, èilviaggio della riscoperta, per interagire, abitare, valorizzare con  l’arte, la musica e la cultura locale spazi fisici e beni immateriali, che altrimenti sarebbero dimenticati.

Non solo frammenti di storie, insomma, simboli eterni di sogni infranti e di speranze perdute per sempre di una intera generazione sepolta dalle macerie, ma anche testimonianze di giovani impegnati oggi per una strategia di sviluppo locale, basata sulla cultura, che ha una grande rilevanza artistica e simbolica, finalizzata alla promozione e alla valorizzazione delle risorse storico-culturali delle tradizioni dell’antico territorio irpino.

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