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Il fallimento della tregua unilaterale delle azioni militari in Ucraina proposta da Putin, in coincidenza del Natale ortodosso e il connesso dibattito sulle reali prospettive di componimento delle atroci azioni belliche, ci induce ad una ennesima riflessione sulla drammatica situazione. Riflessione che parte da una singolare e concreta esperienza di pace vissuta a Rondine, presso Arezzo, dove c’è uno studentato che accoglie giovani di diversi Paesi in conflitto. Questi giovani dovrebbero essere in conflitto ma vivono insieme con grande solidarietà e progettano un futuro di riconciliazione, costruiscono relazioni personali che potranno trasferirsi al più ampio livello sociale e culturale, per una pace fatta di collaborazione effettiva, non di strumentale invocazione della pace. Questa significativa esperienza è coerente con quanto auspicato, già nel 1939 da Emmanuel Mounier, come ricorda Giancarlo Galeazzi nell’introduzione del suo libro “I cristiani e la pace”. Difatti il grande padre dell’Europa, con il fallimento della Conferenza di Monaco del 1938, invocava il «rigetto sia del bellicismo sia di uno astratto pacifismo»; in realtà intendeva fondare la dottrina di una pace che non consistesse solo nella “moratoria di una catastrofe”, ma spiegava: « riconoscerci in un aspetto essenziale della pace cristiana una trasfigurazione della forza […] la pace non è condizione di debolezza ma […] l’eroismo della nostra vocazione cristiana intesa ad affermare la giustizia ». Quella giustizia la cui mancanza alimenta la fiamma dei conflitti. Forse il monito di Mounier, se trovasse attualmente sostegno nella Chiesa cattolica e in quella ortodossa di Mosca e di Kiev, la via di una pace giusta e duratura potrebbe delinearsi. I leader del secondo dopoguerra, a partire da Kennedy, compresero il problema e si impegnarono a evitare conflitti e immani tragedie. Così fece Giorgio la Pira le cui lettere a Paolo VI sono pubblicate in “Abbattere muri, costruire ponti (San Paolo edizioni). La Pira fu padre costituente, ma anche uomo di Dio, parlamentare ma anche docente universitario, esponenti di governo, ma anche immagine del Vangelo vivente, amministratore locale, ma anche protagonista della politica internazionale, uomo di studi e di preghiera vocato alla contemplazione, ma anche uomo d’azione capace di iniziative “scandalose”. Personalità complessa, spesso in disaccordo con gli esponenti del suo stesso partito, durante le sue straordinarie battaglie affermava che “le leggi si possono cambiare, il Vangelo no.” Quando attualmente riportiamo il pensiero di questo gigante del secondo novecento, con il loro indiscusso protagonismo culturale, politico e spirituale, avvertiamo drammaticamente la mancanza della loro esemplarità, con l’an – gosciante prevalere dello stupido delirio di onnipotenza. Oggi abbiamo bisogno, come sta tentando ripetutamente Papa Francesco, di ripercorrere – come fece La Pira – il sentiero di Isaia, per “togliere le pietre di inciampo” nell’edificazione della pace millenaria. C’è bisogno, altresì, di viaggi profetici, come quello del 1959 di La Pira al Cremlino davanti al Soviet Supremo, ai cui membri offre, oltre la sua parola spirituale magnetica, delle statuette devozionali contenute nella sua pesante valigia. Abbiamo bisogno, pertanto, non di parole strumentali, ma di gesti piccoli spesso “scandalosi” o banali, ma densi di significato, generatori di futuro e di speranza, per tutto il mondo. Abbiamo bisogno, infine, di liberarci del convincimento che la pace e la guerra provengono solo dalle decisioni e dagli interessi dei potenti. Costoro diventano giganti perché la loro alta statura diventa tale solo col silenzio colpevole dei loro collaboratori e da tutto il tessuto umano e sociale di popoli fratelli che diventano nemici solo perché così è deciso dai siffatti giganti d’argilla.

di Gerardo Salvatore

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