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L’ addio a Pellegrino Capaldo, professore emerito, personaggio discreto e protagonista della cultura del fare, mi sollecita una riflessione sul ruolo svolto dalla classe dirigente in Italia e soprattutto in Irpinia. Ne scrivo non per una esigenza nostalgica di un tempo in cui si aveva l’orgoglio di sentirsi irpini, ma per riannodare i fili della memoria cercando, quanto più possibile, di recuperare un insegnamento di vita di personaggi nati con origine modeste e vissuti portando con sé i valori di una civiltà che lentamente, ma inesorabilmente, va scomparendo. Di Pellegrino Capaldo, in occasione della sua scomparsa, è stato detto tutto e di più. Roberto Napoletano, oggi direttore de Il Mattino, ne ha fatto una sintesi pregevole, dal tratto umano, a cuore aperto. Luigi Fiorentino, oggi nelle alte sfere delle istituzioni italiane, scrivendo del Professore, ne ha ricordato l’importante ruolo svolto nella formazione della classe dirigente. Entrambi, Napoletano e Fiorentino, sono irpini affetti da quella irpinitudine che prima ancora di essere un valore professionale, come anche nel caso di Pellegrino Capaldo, è il desiderio di riscatto per la loro terra e per se stessi.

L’irpinitudine è dunque un valore derivante dalla civiltà contadina, troppo presto messa da canto quasi fosse un demerito. Il De Mita figlio di un sarto che, sostando sotto il monumento di Sant’Amato a Nusco, parla di politica con il suo confessore e che poi alla Cattolica di Milano riflette sulle condizioni del Paese, disegnando strategie che lo porteranno alla guida del primo partito del Paese e che fino alla fine non si arrende chiudendo la sua carriera politica da sindaco del suo Comune, quel De Mita è un testimone della civiltà “appenninica”. Come Mancino che a piedi da Montefalcione, attraversando i binari ferroviari, si recava a scuola ad Avellino consumando le suole delle scarpe, ben sapendo che altre per lui non potevano esserci. Non solo. Menti brillanti hanno dato lustro al Paese come il latinista La Penna, tanto per citare un nome tra i molti che grazie a quella Irpinitudine si sono imposti nella vita pubblica nazionale. E sono stati tanti, e tanti ancora sono, che finanche il compianto presidente della Repubblica Sandro Pertini, parlando di questo fenomeno di uomini intelligenti affetti di Irpinitudine, per non sentirsi inferiore raccontava a Maccanico che la grande intelligenza degli irpini nasceva dal fatto che una colonia ligure si stabilì lungo le rive del fiume del Calore e da lì si compì il miracolo della diversità degli irpini rispetto a tutti gli altri. Di Irpinitudine era affetto Pellegrino Capaldo, figlio di un venditore di chiodi, personalità che nel rispetto dei valori aveva mandato avanti una famiglia numerosa che, a diversi livelli, si è imposta nella vita sociale ed economica italiana. Così, seguendo il filo di questo ragionamento, mi sono chiesto: l’Irpinitudine esiste ancora? Ma certo che sì. Solo che non è più la stessa.

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