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Il vescovo Marino scrive alla diocesi di Nola: ripartire da un cristianesimo con radici ma capace di abbracciare la storia

A poche settimane dal Convegno pastorale dello scorso 11 e 12 settembre, il vescovo di Nola, monsignor Franceso Marino, indirizza, alla Chiesa locale che guida dal 2017, la lettera pastorale Radicati e fondati in Cristo a braccia aperte sul territorio con la quale, come annunciato al termine della convocazione diocesana, offre l’orizzonte del prossimo cammino ecclesiale. Il titolo della lettera, così come quello del Convegno diocesano, è ispirato al passo della Lettera di San Paolo ai Colossesi – «Camminate, dunque, nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazie» (2, 6-7) – richiamato anche dalle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano: «In queste parole si trova racchiusa una dinamica fondamentale della vita cristiana, perché l’Apostolo mette insieme due dimensioni che potrebbero apparire, a prima vista, differenti: da una parte il radicamento, che evoca stabilità, profondità, appartenenza e fedeltà; dall’altra il dinamismo della costruzione, anzi del cammino, che richiama movimento, apertura, cambiamento, incontro e missione.  La Chiesa è autenticamente se stessa quando riesce a coniugare queste due dimensioni, evitando tanto il rischio di un cristianesimo privo di radici, facilmente esposto alle mode e alle trasformazioni culturali, quanto la deriva opposta di un cristianesimo così preoccupato di custodire le proprie forme da diventare incapace di uscire incontro alla storia. Abbiamo bisogno del sano equilibrio, espresso nell’antico adagio ecclesiologico: “et… et…”, più che di un divisivo “aut… aut…”», scrive il vescovo di Nola.

Con il lungo e articolato testo monsignor Marino invita la comunità diocesana a intraprendere il vero discernimento pastorale che «consiste nel domandarci se ciò che facciamo aiuta davvero le persone a incontrare Cristo, a crescere nella comunione con Lui, a vivere relazioni fraterne e a diventare testimoni del Vangelo nella vita quotidiana». Una prospettiva che, spiega il vescovo di Nola, aiuta a «superare una certa concezione della pastorale intesa prevalentemente come organizzazione di attività o eventi. Una comunità cristiana non può valutare la propria fecondità soltanto sulla base del numero degli appuntamenti realizzati, delle persone coinvolte o delle iniziative promosse; deve piuttosto chiedersi se, attraverso ciò che fa, riesce a generare processi di fede, di conversione, di comunione e di missione. La differenza è decisiva, perché un’attività può anche concludersi senza lasciare una traccia significativa, mentre un processo autenticamente pastorale continua a produrre frutti nel tempo, accompagna le persone nella loro crescita e permette alla comunità di maturare progressivamente una nuova consapevolezza della propria identità e della propria responsabilità missionaria».

Occorre, aggiunge monsignor Marino, accogliere l’invito rivolto da papa Leone XIV ai vescovi italiani: “avere il coraggio dell’essenziale”, che significa «custodire il nucleo vivo della fede permettendogli di trovare forme adeguate alle condizioni storiche nelle quali la Chiesa è chiamata a vivere. Il coraggio dell’essenziale richiede quindi anche il coraggio di semplificare, di purificare, di scegliere, di rinunciare a ciò che non è più fecondo; di concentrare e destinare le energie sulle priorità e di accettare che non tutto ciò che è possibile fare debba necessariamente essere fatto». Tra le direzioni di essenzializzazione, monsignor Marino indica «forme di pietà popolare che si sono svuotate di senso spirituale ed evangelico», «manifestazioni cultuali che restano eccessivamente occasionali», «troppe celebrazioni in orari pressoché concomitanti», «troppi raduni devozionali che mettono al centro elementi pietistici, miracolistici o sensazionali, facendo leva più sull’emotività che sul “rendere ragione della speranza che è in noi”, come ricorda San Pietro fondando la credibilità della fede», le feste patronali per le quali «troppo spesso si sprecano energie pastorali ed economiche per organizzare eventi mondani che potrebbero essere delegati ad associazioni culturali del territorio, dedicandoci noi, invece, a curare maggiormente e più liberamente la parte spirituale».

La fede, scrive il vescovo di Nola, è chiamata a diventare esistenza: «Quando la fede non è più sostenuta da un contesto culturale favorevole, diventa necessario mostrare che il Vangelo non è semplicemente un patrimonio religioso da conservare, ma una parola performativa, capace di illuminare l’esistenza e di trasformare il modo nel quale una persona comprende se stessa, gli altri, il mondo e il proprio rapporto con Dio. La questione fondamentale diventa allora quella della significatività della fede. Una persona che entra in contatto con la comunità cristiana deve poter percepire che il Vangelo ha qualcosa da dire sulla sua vita reale: sulle relazioni affettive, sulla famiglia, sulla genitorialità, sulla solitudine, sul lavoro, sulla malattia, sull’educazione dei figli, sulle difficoltà economiche, sulle domande dei giovani, sull’invecchiamento, sul lutto da elaborare, sulla ricerca di senso e anche ultimamente sulle trasformazioni determinate dalla rivoluzione digitale e dall’intelligenza artificiale».

Da ciò nasce la domanda: “Cosa significa oggi essere parrocchia?”. Il «rinnovamento della parrocchia non può essere misurato soltanto sulla base della sua efficienza organizzativa, ma deve essere valutato soprattutto in relazione alla sua capacità di creare spazi per relazioni adulte e significative. Una comunità cristiana autentica è un luogo nel quale una persona può sentirsi riconosciuta, ascoltata e accompagnata, soprattutto quando attraversa momenti di fragilità. […] Essere “a braccia aperte”, significa precisamente sviluppare una cultura dell’accoglienza che non sia soltanto una modalità gentile ed educata di ricevere le persone, ma una vera forma ecclesiale, nella quale ciascuno possa sperimentare che la comunità cristiana non è un ambiente riservato a chi già conosce le sue regole, ma una casa nella quale è possibile entrare, essere ascoltati, compiere un cammino e, progressivamente, scoprire la bellezza della fede» sottolinea il vescovo di Nola, aggiungendo che il territorio nel quale le comunità sono chiamate a vivere la missione non è semplicemente uno spazio geografico delimitato dai confini della parrocchia ma «è l’insieme delle persone, delle famiglie, delle istituzioni, delle scuole, delle realtà associative, delle attività economiche, dei luoghi di aggregazione, delle situazioni di povertà e delle esperienze culturali che costituiscono la vita quotidiana delle nostre comunità. Se vogliamo realmente essere una Chiesa missionaria, dobbiamo imparare a conoscere questo territorio non soltanto attraverso dati statistici o informazioni generali, ma attraverso l’incontro concreto con le persone. […] In particolare, dovremmo imparare a porci una domanda che potrebbe diventare uno strumento semplice ma molto significativo del nostro discernimento pastorale: chi abita il nostro territorio e chi, invece, non stiamo più incontrando? La seconda domanda è forse ancora più importante della prima, perché ci impedisce di confondere la comunità con coloro che già partecipano alla sua vita. Una parrocchia veramente missionaria non si limita a prendersi cura di coloro che frequentano, ma si interroga continuamente sulle persone che sono lontane o allontanate, sulle generazioni che non entrano più nelle sue strutture, sulle situazioni umane che non riesce ancora a raggiungere». Dunque, precisa monsignor Marino, richiamando l’enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas, una parrocchia “a braccia aperte” è «una comunità che riconosce la dignità di ogni persona prima ancora di considerare il suo ruolo, la sua condizione sociale, la sua capacità produttiva o la sua appartenenza religiosa. In un mondo nel quale il valore delle persone rischia talvolta di essere misurato sulla base dell’efficienza, del successo, della visibilità o della capacità di consumo, la Chiesa è chiamata a testimoniare concretamente che ogni essere umano possiede una dignità che non dipende dalle sue prestazioni». Attenzione particolare chiede il vescovo di Nola, in particolare, ai poveri che non possono essere considerati semplicemente come destinatari «della nostra generosità»; alle famiglie da accompagnare in maniera permanente; ai giovani capaci «di offrire alla comunità una sensibilità, una creatività e una lettura della realtà di cui la Chiesa ha bisogno».

Il rinnovamento della vita parrocchiale, continua il vescovo Marino, «passa inevitabilmente anche attraverso una più autentica corresponsabilità. Il termine “corresponsabilità” rischia però di essere frainteso se viene interpretato semplicemente come distribuzione di compiti. La corresponsabilità ecclesiale è qualcosa di più profondo, perché nasce dal Battesimo e riconosce che ogni membro della comunità possiede doni e responsabilità che devono essere messi al servizio della missione comune», non solo in parrocchia ma in ogni luogo del proprio quotidiano. Per questo, spiega monsignor Marino, è necessaria una formazione ampia «capace di integrare la conoscenza della Scrittura e della teologia con la Dottrina sociale della Chiesa, la formazione alla cittadinanza, l’educazione all’affettività, il discernimento nell’uso delle tecnologie, la conoscenza della realtà sociale e la capacità di affrontare le grandi questioni del nostro tempo alla luce della fede».

Il coraggio richiesto, precisa monsignor Marino, è quello del «passaggio dalla logica delle attività alla logica dei processi. Una pastorale fondata prevalentemente sulle attività tende naturalmente a misurarsi attraverso il calendario: quante iniziative sono state realizzate, quante persone hanno partecipato, quanti incontri sono stati organizzati. Una pastorale fondata sui processi, invece, si domanda che cosa sia realmente maturato nelle persone e nelle comunità attraverso quelle iniziative. […] Alla fine dell’anno dovremmo poterci chiedere non soltanto quante iniziative abbiamo realizzato, ma se abbiamo realmente aiutato qualcuno a incontrare Cristo; non soltanto quante persone hanno partecipato, ma se è cresciuta la qualità delle relazioni; non soltanto quanti servizi abbiamo attivato, ma se abbiamo raggiunto persone che prima erano lontane; non soltanto quanti collaboratori abbiamo coinvolto, ma se è cresciuta una corresponsabilità autentica. La verifica diventa così uno strumento di libertà, perché permette alla comunità di riconoscere ciò che sta funzionando, di correggere ciò che non produce frutto e di avere il coraggio di abbandonare ciò che non serve più alla missione».

Il vescovo di Nola indica quindi alcune piste per “abbracciare il territorio”: una mappa pastorale e un ascolto del territorio, coinvolgendo anche persone che normalmente non partecipano alla vita ecclesiale; la costituzione di un’équipe dell’accoglienza e dell’ascolto, composta da persone adeguatamente formate, che possano rappresentare un primo punto di riferimento per chi entra in contatto con la comunità, soprattutto nei momenti di fragilità o di particolare bisogno; la terza riguarda i giovani, cui offrire non soltanto attività, ma spazi reali di ascolto e di partecipazione, riconoscendo loro una responsabilità effettiva nella vita della comunità; il rilancio di una pastorale familiare di accompagnamento capace di stare accanto alle famiglie nelle diverse stagioni della vita e non soltanto in occasione della preparazione ai sacramenti; la quinta proposta riguarda la carità pastorale, che dovrebbe essere sempre più integrata nella vita ordinaria delle comunità, anche per l’attenzione alla cura del Creato; la formazione teologica, che dovrà essere pensata in maniera più organica e permanente, offrendo ai cristiani delle nostre comunità gli strumenti necessari per vivere la fede dentro le trasformazioni culturali, sociali e tecnologiche del nostro tempo.

L’invito che monsignor Marino fa alla Chiesa di Nola è di avere il coraggio del rinnovamento per essere una “Chiesa generativa che apre le porte alla speranza”: «Una Chiesa generativa è una Chiesa che non si limita a conservare, ma genera vita; non si limita a custodire strutture, ma genera relazioni; non si limita a mantenere attività, ma genera percorsi di fede; non si limita a parlare ai propri membri, ma genera nuove possibilità di incontro con coloro che sono lontani. Generare significa assumersi la responsabilità del futuro senza pretendere di controllarlo completamente. Significa seminare anche quando non possiamo vedere immediatamente il risultato. Significa investire nell’educazione dei giovani, nella maturazione degli adulti, nel paziente accompagnamento delle famiglie, nella prossimità ai poveri e nella formazione di laici capaci di assumere responsabilità nella Chiesa e nel mondo. Questa generatività richiede tempo, perché ciò che nasce realmente nella Chiesa non è quasi mai il risultato di una singola iniziativa, ma il frutto di relazioni costruite con perseveranza e di percorsi accompagnati nel tempo. Non ci viene chiesto di prevedere il futuro della Chiesa, né di trovare in breve tempo soluzioni a problemi che sono il risultato di trasformazioni profonde; ci viene chiesto, più semplicemente e più radicalmente, di vivere con fedeltà il presente, lasciandoci guidare dallo Spirito e riconoscendo che anche dentro le difficoltà del nostro tempo il Signore continua a chiamare la sua Chiesa alla missione. Il nostro compito, pertanto, non consiste nel rimpiangere una stagione nella quale la trasmissione della fede sembrava più naturale, ma nel riconoscere che oggi siamo chiamati a un annuncio più consapevole, più personale e più missionario. Non dobbiamo avere paura del fatto che molte persone non conoscano più il Vangelo come, forse, lo conoscevano le generazioni precedenti; dobbiamo piuttosto chiederci se siamo capaci di annunciarlo nuovamente come una buona notizia, mostrando con la nostra vita che l’incontro con Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la rende più umana, più libera, più fraterna e più capace di speranza».

 

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