Floriana Mastandrea*
Il 2 (e 3) giugno 1946, su 28 milioni di italiani chiamati al voto, le donne che si recarono alle urne furono circa 13 milioni (89%). Fu il primo voto nazionale delle donne, chiamate a scegliere nel Referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per eleggere i rappresentanti dell’Assemblea Costituente, che avrebbe portato alla creazione della Costituzione.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le donne avevano partecipato alle elezioni amministrative del 10 marzo 1946: si votò in 5.722 comuni in cinque tornate, dal 10 marzo al 7 aprile, e in altri 1.383 comuni in otto tornate, in autunno. Vennero elette circa 2 mila candidate nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. Elette anche le prime sindache della storia d’Italia: Margherita Sanna a Orune (Nuoro); Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari); Ada Natali a Massa Fermana (Fermo); Ottavia Fontana a Veronella (Verona); Elena Tosetti a Fanano (Modena); Lydia Toraldo Serra a Tropea.
Nilde Iotti così ricordava la prima volta delle donne al voto: “Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazione finalmente realizzate”.
La prima richiesta per il suffragio femminile era stata presentata nell’autunno del 1944 al Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, da una Commissione per il voto alle donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), nata su iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista. Il 25 ottobre l’azione di pressione culminò nell’articolo pubblicato dal periodico “Noi donne”.
A gennaio 1945 anche De Gasperi e Togliatti avevano riconosciuto il diritto di voto alle donne come irrinunciabile. Il 1° febbraio 1945, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 Bonomi, che estendeva il suffragio universale a tutti i cittadini italiani maggiorenni di sesso femminile, il diritto di voto fu loro finalmente riconosciuto. Inizialmente stabilito per le donne sopra i 21 anni, escludeva alcune categorie (come le prostitute schedate, stando all’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), ma riconobbe per la prima volta l’elettorato attivo e passivo (essere elette). E non mancarono le polemiche, tanto che dopo l’approvazione del decreto, Il Resto del Carlino del 31 gennaio 1945, titolò: “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”. Le tappe principali che portarono al voto per le donne, dall’Ottocento a oggi Conquistare il diritto al voto fu frutto di battaglie, illusioni, passi avanti e tradimenti nei confronti delle donne, verso le quali resistevano stereotipi e discriminazioni. Fin dall’Unità di Italia, quando lo Statuto Albertino fu esteso a tutta la Penisola, le donne si videro escludere diritti, togliendo persino quelli che alcuni territori già prevedevano. Sotto l’Impero Austriaco, in Lombardia, ad es., le donne benestanti e amministratrici dei loro beni, potevano esprimere una loro preferenza elettorale. Un decreto del 1849 nel Granducato di Toscana riconosceva il diritto di voto amministrativo per le donne attraverso una procura e, dal 1850, anche tramite una scheda inviata al seggio con una busta sigillata. Nel 1861 le donne lombarde portarono alla Camera una petizione nella quale rivendicavano come “cittadine italiane” quel diritto di voto che avevano prima dell’Unificazione. Solo la breve esperienza della Repubblica Romana, di ispirazione mazziniana, prevedeva il suffragio universale senza distinzione di sesso e il diritto di voto attivo e passivo anche politico. Ma rimase un’utopia irrealizzata, assieme al sogno della stessa Repubblica Romana.
La giornalista e attivista lombarda Anna Maria Mazzoni, forse la prima emancipazionista italiana nel periodo post risorgimentale, fu una delle italiane più attive nel richiedere il suffragio universale. Nello scritto “La donna e i suoi rapporti sociali” da convinta repubblicana, la Mazzoni chiedeva che il Risorgimento politico diventasse anche un Risorgimento femminile. Durante i primi decenni del regno, il voto alle donne trovò ancora una forte opposizione anche negli schieramenti progressisti della cosiddetta Sinistra Storica. Fece eccezione Salvatore Morelli, deputato mazziniano, che nel 1867 presentò il primo disegno di legge che prevedeva la concessione del voto politico alle donne, in nome della parificazione giuridica tra i sessi, definendo quella femminile “schiavitù domestica”. Non fu mai discusso!
Agostino Depretis propose di estendere il voto amministrativo alle donne, ma si trovò contro la Sinistra Storica, che dal 1876 aveva preso le redini del governo. Il suffragio maschile iniziava ad allargarsi (furono abbassate le limitazioni di censo) ma per le donne restavano le discriminazioni evidenziate da Francesco Crispi: “la donna è legata alla sfera privata, estenderle il diritto di voto non era né conveniente né opportuno”.
Nel 1900, sulla spinta di un movimento femminile che ispirandosi alle idee di Anna Maria Mazzoni chiedeva il diritto di voto, iniziarono le prime concessioni: fu permesso alle donne di votare nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza; nel 1911 si stabilì anche che potevano eleggere gli organi scolastici delle scuole elementari. Nel 1907 Giovanni Giolitti, favorevole a concedere il voto amministrativo, aveva nominato una Commissione ministeriale, che 4 anni dopo, però, si pronunciò per il “no”. In compenso, nel 1912, ancora sotto il governo Giolitti, si arrivò all’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi dai 21 anni di età che avessero la licenza elementare e a tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni, indipendentemente dal grado di istruzione. Alla fine della Prima Guerra Mondiale il diritto si estese poi a tutti gli uomini che avessero superato i 21 anni. Contemporaneamente, aumentavano anche i comitati pro voto alle donne e le manifestazioni: nel 1907, durante il congresso del Movimento democratico cristiano (fondato da don Romolo Murri), l’insegnante, sindacalista e pedagogista Adelaide Coari, aveva presentato il suo “Programma minimo femminista”, che tra i diritti alle donne, includeva quello al voto amministrativo. Durante il primo conflitto mondiale mentre gli uomini erano al fronte, le donne avevano occupato attivamente lo spazio pubblico, non più relegate esclusivamente alla dimensione domestica. Nel 1919, la Legge Sacchi decretò la fine del “diritto maritale”, aprendo alle donne l’accesso alle professioni e agli impieghi pubblici. Sul cammino verso la parità, nel quale ebbe un peso l’azione di movimenti suffragisti organizzati, calò come una scure il fascismo, interrompendo un percorso che forse avrebbe portato ben prima le donne al voto. Lo affermò nell’ottobre del 1945, anche Angela Maria Guidi Cingolani, democristiana, la prima donna a prendere la parola alla Consulta nazionale, con un vibrante discorso sul ruolo delle donne nella società: “È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia. Il fascismo ha tentato di abbruttirci con la cosiddetta politica demografica, considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana”. Col fascismo si torna indietro
Nel 1922 si insediò il primo governo presieduto da Benito Mussolini, che si dichiarò favorevole a riconoscere il diritto di voto (amministrativo) alle donne: nel programma di San Sepolcro, il primo manifesto politico del Fasci da Combattimento del 1919, si parlava di diritto di voto per tutti.
Salito al governo, Mussolini, sottolineando il carattere “pacato” delle suffragette italiane (a differenza di quelle inglesi) parlò dei “benefici” che sarebbero derivati da questa concessione e partecipò, nel 1923, al congresso della Federazione pro suffragio. Ne seguì un disegno di legge che prevedeva la concessione del voto amministrativo “alle eroine della Patria, alle madri o vedove di caduti in guerra e alle donne istruite”. La legge sarebbe dovuta entrare in vigore il 9 dicembre 1925. La riforma podestarile, però, approvata pochi mesi dopo, cancellò l’elettorato amministrativo locale e sostituì al sindaco il podestà, che, insieme ai consiglieri comunali, non era eletto dal popolo, ma nominato dal governo. Quanto al voto politico, andò male per maschi e femmine: la legge elettorale del 1926 (all’interno delle leggi fascistissime) cancellò la democrazia elettorale aprendo la strada al regime. Anche per il lavoro femminile il ventennio fascista fu un periodo di involuzione: il ruolo della donna era di moglie e madre, per rinforzare la nazione. Per fare grande la patria, le donne dovevano stare in casa a produrre nuovi italiani, piuttosto che produrre sui posti di lavoro. Sarà l’ingresso in massa delle donne in fabbrica, nel corso della Seconda Guerra Mondiale e il loro ruolo attivo durante la Resistenza (partigiane, combattenti, staffette, cura, etc.), a rianimare i movimenti di emancipazione e la richiesta del diritto di voto. Il 2 (e 3) giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica, con quasi 2 milioni di voti in più. Oltre a votare, per la prima volta, le donne nella storia d’Italia, poterono essere elette in Parlamento. Su 556 deputati dell’Assemblea Costituente furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. I loro nomi sono incisi nella storia della nostra Repubblica: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
Alcune di loro – annota una pubblicazione del Senato sulle 21 Madri costituenti – divennero grandi personaggi, altre rimasero a lungo nelle aule parlamentari, altre ancora, in seguito, tornarono alle loro occupazioni. Tutte, però, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative. Donne fiere di poter partecipare alle scelte politiche del Paese nel momento della fondazione di una nuova società democratica. Per la maggior parte di loro fu determinante la partecipazione alla Resistenza. Con gradi diversi di impegno e tenendo presenti le posizioni dei rispettivi partiti, spesso fecero causa comune sui temi dell’emancipazione femminile, ai quali fu dedicata, in prevalenza, la loro attenzione. La loro intensa passione politica le porterà a superare i tanti ostacoli che all’epoca resero difficile la partecipazione delle donne alla vita politica.
Ancora oggi la nostra Repubblica si riconosce nell’icona immortale di Anna Iberti, fotografata da Federico Patellani: una donna di 24 anni, che con la sua espressione felice, impersonava la gioventù e la speranza di un Paese che, dopo il fascismo e le devastazioni della guerra, grazie alle lotte di Liberazione e alla conquistata democrazia, poteva finalmente guardare avanti verso la rinascita. A ottant’anni di distanza, quella speranza non è ancora del tutto realizzata: guerre predatorie, disumanità, genocidi, sfruttamento, ingiustizie, ci chiedono di farci portatori e difensori di diritti sia in Italia sia nel mondo intero e di non abbassare mai la guardia. Nulla è conquistato per sempre e anche la nostra ancor giovane Repubblica, ha bisogno di cura e protezione. Ricordiamo, quando diamo per scontata la libertà e la democrazia, il sangue versato nella lotta di Liberazione dal nazifascismo, le torture, gli assassinii dei partigiani, donne comprese, e cerchiamo di essere degni eredi di tutte le conquiste che ci hanno portato fin qui, voto compreso, possibilmente da esercitare con consapevolezza, preparazione e coscienza.
presidente Anpi Ariano Valle Ufita


