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Sud-Nord e quel treno per Torino

Sono in treno, vado a Torino nella redazione del Corriere della Sera, edizione del Piemonte, diretto da mio figlio Carmine. Torino dove vivono i miei nipoti, Antonio, Gianni e Alessandro. Il viaggio, nonostante l’Alta velocità, richiede tempo: sette ore circa. Giro tra le carrozze in movimento che sono affollate da meridionali. Volto e valigie sono la loro carta d’identità. D’un tratto mi sento chiamare per nome: no, dico tra me, anche qui. Mi avvicino al tizio: il suo volto non mi è affatto nuovo, ma del suo nome avellinese non ho nessun ricordo. Mi sembra simpatico, un po’ chiacchierone, abbastanza perbene. Anche lui sta andando dal figlio Luigi, medico a Torino. Prime battute: resto guardingo. Preferisco l’ascolto.

Ha voglia di parlare della nostra città, Avellino, che ha subito, secondo il tizio, una significativa retrocessione. Dico tra me: ecco il tifoso della squadra di calcio in veste di improvvisato allenatore. Gli dico: nel prossimo campionato andrà meglio, vedrà. E lui, basito, facendo andare su e giù le ciglia, abbozzando un sorriso, replica: ma cosa ha capito, non parlavo certo di calcio. Mi taccio e ascolto: mi riferivo alla politica, alla scomparsa della classe dirigente, alle schifezze che hanno combinato gli amministratori al Comune e soprattutto alla diffusa illegalità. E ancora ai giovani che vanno via e ai paesi che diventano deserti. È un fiume in piena. Dico tra me: tutto sommato il viaggio è lungo e ripassare le amare vicende della nostra città e dell’intera provincia aiuta ad ammazzare quella noia sempre dietro l’angolo nei lunghi percorsi.

Capitolo primo: la politica. Quando c’erano Sullo, De Mita, De Vito, Bianco e Mancino… che bei tempi: Avellino era invidiata, quella sì che era classe dirigente, dice il tizio consegnando il suo volto alla malinconia. Poi aggiunge: ma anche allora non tutto era perfetto. Penso alle assunzioni all’Alto Calore, alla pletora di bidelli “’nzippati” nelle scuole, sarte, parrucchieri e uscieri alla Rai e qualche amico nei programmi televisivi. Ma fatto questo – che non demonizzo perché è la logica del potere – poco, molto poco si è fatto per il capoluogo. Forse, essendo dell’Alta Irpinia, quasi tutti hanno pensato prima alla cura dei propri territori. Ricorda Cecco dell’Anguillara? Prima ai parenti, poi… Gli dico: e lei come avrebbe agito? Risponde: allo stesso modo, ma io non posso. Mi ricorda la storica frase del commendatore Antonio Sibilia, imprenditore di grido, geniale nelle sue costruzioni sintattiche fantasiose; all’interlocutore che gli chiedeva un aiuto rispose: c’è chi può e chi non può, io può.

Si viaggia. Siamo dopo la stazione di Roma. Il tizio continua la riflessione sulla politica. Dice: quelli (ndr De Mita e gli altri) però ci hanno lasciato nei guai. Avrebbero potuto creare eredi, hanno invece tagliato la testa anche ai giovani promettenti. La solita favola, gli dico. Se si è capaci e meritevoli si finisce per imporsi. Non lo convinco e insiste: c’è pure chi tradisce e lancia pietre alle spalle dopo aver ottenuto bei favori, appalti senza bandi pubblici, ecc. Qualcuno tra loro si è costruito una fortuna e oggi è il re della malapolitica. E io: ma no, queste sono dicerie, la politica oggi usa metodi più sofisticati: patti scellerati di potere servendosi dei partiti. Destra e sinistra non esistono. Oggi contano i comitati d’affari.

Capitolo secondo: la legalità. Intanto consumiamo un panino di quelli che non hanno sapore. Un bicchiere d’acqua, una passata di tovagliolo intorno alla bocca e rieccoci a parlare sulla legalità.

Il tizio dice: vedo i suoi capelli bianchi e penso che lei ricorda la nostra Avellino, la sua quiete, la pennichella pomeridiana, lo scambio di un saluto sincero, gli avellinesi che erano orgogliosi del verde che ci veniva invidiato.

Rispondo: certo che sì. La ricordo benissimo la mia città, come ricordo i personaggi di un tempo, Mariniello, Maria la zingara, il professore Luongo con il suo dazebao ostentato per ammonire i genitori ad educare i propri figli, l’edicolante Loffredo, il giovanotto scalzo che trasportava il ghiaccio sulle spalle, don Totonno il pizzaiolo di via Mancini con la sua “moria” di figli e tanti personaggi come il medico di tutti Franco Rotondi che volevano molto bene alla città. Tutti scomparsi. Lei ha molti anni meno di me: che mi dice della nostra Avellino?

Ascoltandola – mi dice il tizio – mi viene la malinconia. Oggi purtroppo la città ha cambiato pelle. C’è anche la camorra, una illegalità diffusa, ricchezze improvvise, occupazione di suolo pubblico che nascondono affari colossali. Il verde? C’era una volta. Oggi la speculazione edilizia ha invaso tutto. Imprenditori spregiudicati in odore di mafia che minacciano e se la cavano con la complicità della politica. I voti nei turni elettorali sono intrisi di malaffare. L’usura ha messo in ginocchio molti commercianti, alcuni dei quali sono stati costretti a cedere l’attività agli usurai o a chiudere definitivamente. Questo è quanto tutti vedono e in molti hanno paura di denunciare. Certo, c’è tanta brava gente, la maggioranza, professionisti onesti e qualche politico che si arrende e vuota il sacco. In ogni caso il sentimento comune è la paura, e la regola amara è che ciascuno pensa ai fatti propri. Non intende immischiarsi. E la città già in degrado scivola sempre più verso l’inferno.

E i controlli? Le denunce che voi fate quotidianamente, le minacce che, mi dicono, avete subito? Grande silenzio. E per questo grande amarezza. Lo dico con rabbia: la conca verde sta diventando lentamente, ma inesorabilmente, la conca della vergogna.

Stazione di Bologna, pochi attimi per sgranchire le gambe. Una bibita fredda bevuta a piccoli sorsi, l’acquisto di qualche giornale locale e di nuovo sul treno.

Il tizio diventato quasi confidente è immerso in una lunga telefonata. Per discrezione lascio libero il posto e cerco, nel vociare delle carrozze ferroviarie, qualcuno di mia conoscenza. Ci saranno irpini senza dubbio. Ci sono, ci sono. Lo capisco anche dai molti saluti che mi raggiungono.

In questo tempo trascorso sui binari penso al mio amico Pierino Mitrione e alla sua stazione rimasta muta. E ora pure per la stupenda tratta Avellino–Rocchetta c’è la spada di Damocle. Cose di casa nostra.

Ecco il tizio chiudere la telefonata. Torno al mio posto e lui, con educazione, si scusa, riferendomi di una esigenza familiare. Tutto risolto, mi dice.

Capitolo terzo. Siamo quasi in vicinanza della stazione di Torino. Ce l’abbiamo fatta, dico al tizio che, coniugando le discendenze, dice di essermi lontano parente. Ci mancava. Gli chiedo che cosa prevede per il futuro. Il tizio fa un’alzata di spalle e, recuperando la sua fede, mi risponde con quella frase diventata celebre in Campania pronunciata dal cardinale di Napoli Sepe: ‘ca Maronna t’accompagna.

L’arrivo a Torino non so se ritenerlo una forma di liberazione o l’interruzione di un proficuo dialogo. Bisogna essere ottimisti. Certamente non me lo fa intendere il saluto dal predellino del tizio: se potessi resterei a Torino, dice sventolando la mano. È una città a cui i meridionali hanno dato tanto. Negli anni della grande emigrazione, la Fiat era popolata da migliaia di irpini. La chiamavano Fiat-Nam. Ora anche qui i problemi non mancano.

Torno ad Avellino e ricomincio, senza stancarmi mai, a dare una mano a chi ha deciso di cambiare quella realtà e di sconfiggerne i mali.

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Gianni Festa

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