Di Anna Bembo
In Campania, come in gran parte del Mezzogiorno, la presenza di studenti senza cittadinanza italiana è numericamente contenuta: meno del 4% della popolazione scolastica, ben lontana dai picchi di Emilia-Romagna o Lombardia. Eppure, dietro questo dato apparentemente rassicurante, si nasconde un divario educativo che continua a crescere, penalizzando soprattutto chi ha un background migratorio e si trova a dover affrontare un percorso scolastico spesso più accidentato dei coetanei italiani.
Il nuovo anno scolastico si apre all’insegna di questa sfida. Save the Children, nel rapporto “Chiamami col mio nome”, ha fotografato la condizione delle studentesse e degli studenti di origine straniera: in Italia uno su otto non ha ancora la cittadinanza, e più di un quarto vive situazioni di ritardo scolastico. In Campania i numeri sono più bassi, ma le difficoltà non mancano: scelte scolastiche condizionate, percorsi spesso indirizzati verso istituti tecnici o professionali, ostacoli burocratici che rallentano l’accesso alle opportunità.
Secondo l’analisi, il riconoscimento della cittadinanza italiana gioca un ruolo decisivo: chi la ottiene ha maggiori probabilità di iscriversi al liceo, proseguire gli studi, raggiungere l’università. “La cittadinanza non è solo un documento – sottolinea Raffaela Milano, direttrice ricerca di Save the Children – ma uno strumento di appartenenza, che incide sulle aspirazioni e sul successo scolastico. In un Paese come l’Italia, che soffre una grave crisi demografica e ha uno dei più bassi tassi di laureati in Europa, non possiamo permetterci di lasciare indietro queste ragazze e questi ragazzi”.
La Campania, con la sua struttura sociale fragile e le ampie sacche di povertà educativa, risente di un doppio squilibrio: da un lato le famiglie migranti vivono spesso in condizioni di precarietà economica – quasi la metà di quelle con figli minori e genitori stranieri si trova in povertà assoluta – dall’altro il sistema scolastico non sempre riesce a compensare queste disparità. Orientamento scolastico inadeguato, scarsità di mediatori culturali, corsi di recupero organizzati in orari impraticabili per chi abita in periferia: sono alcuni dei fattori che, nel tempo, scoraggiano la continuità didattica.
Nonostante ciò, l’istruzione resta un valore forte per le famiglie di origine straniera. Lo testimoniano storie come quella di Leila, iscritta al primo anno di un liceo delle scienze umane, che ricorda ancora le parole dei professori delle medie: “Mi dissero che non ce l’avrei fatta. Avevo qualche difficoltà, è vero, ma ora la mia media è buona. Ho voluto provarci, anche per dimostrare che sbagliavano”. Storie di impegno e fiducia nel futuro ma anche di ostacoli che rallentano il cammino.
Il rapporto evidenzia come, anche a parità di rendimento, gli studenti di prima e seconda generazione siano orientati verso percorsi formativi meno ambiziosi: il 35% dei ragazzi di prima generazione e il 42,9% di quelli di seconda scelgono il liceo, contro oltre il 53% dei coetanei italiani. Molti optano per istituti tecnici o professionali, nella speranza di un accesso più rapido al mondo del lavoro, spesso spinti da famiglie che non possono permettersi anni di studio non remunerativi.
Resta un traguardo ancora più lontano l’università: in Italia solo il 3,9% degli iscritti è di origine straniera, e in Campania la percentuale è ancora più bassa. Il risultato è una segregazione silenziosa che, nel tempo, contribuisce a perpetuare le diseguaglianze: meno titoli di studio, meno possibilità di occupazione qualificata, meno rappresentanza sociale.
“Chiamare questi ragazzi con il loro nome – spiega Giorgia D’Errico, direttrice delle relazioni istituzionali di Save the Children – significa riconoscerli, investire in mediatori culturali, rafforzare i docenti di italiano L2, rendere le scuole inclusive. È un investimento per l’intero Paese: ogni cento studenti di seconda generazione che acquisiscono la cittadinanza possono generare, in dieci anni, fino a 3 milioni di euro di benefici economici per lo Stato”.
In Campania le scuole sono chiamate a fare la loro parte: non solo accogliere, ma orientare, ascoltare, accompagnare. In una regione dove la dispersione scolastica resta tra le più alte d’Italia, ogni ragazzo che resta indietro è una sconfitta collettiva. Leila e Daniel, Yasin e Darid – i nomi che emergono nel dossier – non chiedono scorciatoie: chiedono di essere riconosciuti per ciò che sono, di poter sognare un’università, un lavoro, un futuro qui.
Il nuovo anno scolastico è appena iniziato. Le aule campane si riempiono di voci, lingue, accenti diversi. Ogni banco è una storia, ogni scelta scolastica un bivio. La sfida, per la scuola e per la politica, sarà trasformare questa diversità in ricchezza e non in barriera: un compito che inizia dall’ascolto e finisce con la possibilità, concreta, di essere chiamati con il proprio nome.


