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In memoria di Dario Bavaro e della sua “felicitanza”

di Maria Grazia Cataldi

Veniva a mancare un mese fa, inaspettatamente, un caro amico. Ci eravamo conosciuti qualche decennio fa, negli anni ‘80, quando, da funzionario della Soprintendenza, mi capitava di frequentare la Circoscrizione comunale del Centro Storico, dove Dario Bavaro affiancava la Presidente Liliana Urciuoli.

Mi dette da subito l’impressione di essere una bella persona, oltre che un diligente impiegato, amante del proprio lavoro e molto collaborativo.
Il caso ha voluto che ci rincontrassimo anni dopo, per l’esattezza nel 2004, quando entrai a far parte del Consiglio d’Amministrazione del Teatro Comunale “Carlo Gesualdo”, di cui era Direttore Amministrativo. Sei anni, in special modo gli ultimi tre, quelli della mia Presidenza, nei quali abbiamo lavorato fianco a fianco, condividendo in piena sintonia qualche momento difficile ma anche tante belle esperienze, umane e professionali. Non potevano passare inosservati la sua empatia, l’amore per ogni espressione d’arte dello spettacolo, la tendenza a creare e mantenere vivo un proficuo spirito di gruppo; ma anche la sua capacità di affrontare e risolvere qualsiasi intoppo, relazionale o tecnico che fosse, nella gestione dell’attività teatrale, per lui assolutamente prioritaria.

Un solido rapporto, il nostro, di stima reciproca e di amicizia, che non si è spento con la fine del mio mandato. Ho avuto modo, anzi, col tempo di scoprire altri aspetti della sua straordinaria personalità.
La natura, che tanto amava, l’aveva ritrovata a Cairano, dove aveva potuto creare un apprezzato ambiente artistico formando un valido sodalizio con Franco Dragone e aveva coinvolto l’amico Giovanni Spiniello, perché lasciasse sui muri di quel suo “borgo del cuore” testimonianze della propria speciale arte pittorica.
Aveva scoperto la gioia della “nonnanza”, quando la sua amata Federica gli aveva dato tre nipotini, uno dei quali col suo stesso nome. Aveva poi intrapreso un percorso spirituale, sfociato nel progetto del “Cammino di Guglielmo”, insieme a un nutrito gruppo di cari amici, i quali ora, profondamente addolorati, lo porteranno avanti nel suo ricordo.

Dario era un uomo socievole, eppure tanto riservato nell’ambito del proprio privato, fino a nascondere sotto un’apparente serenità dolorosi sentimenti, come la delusione per certi ambigui comportamenti altrui o il rammarico per l’inaspettata chiusura del Gesualdo, per lui quasi una seconda casa. Mai una parola di risentimento o di rancore, però, da lui. Ma, evidentemente, non altrettanto resiliente era il suo cuore.
Ancora a lungo potrei parlare di lui, di spunti ce ne sarebbero davvero tanti. Preferisco terminare, invece, citando una parola inedita a lui molto cara, che mi sembra rappresentare in pieno il suo modo di essere: “felicitanza”, uno stato di benessere spirituale e di serenità di cui poter godere, ma anche da trasmettere agli altri e diffondere intorno a sé nel segno della pacifica convivenza.

 

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