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In principio fu il partito dei sindaci

 

Fu battezzato partito dei sindaci. Annoverava tra le sue fila importanti primi cittadini come Massimo Cacciari a Venezia, Enzo Bianco a Catania, Riccardo Illy a Trieste, Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo. L’elezione diretta del primo cittadino, introdotta nel 1993, diede ai Comuni italiani una visibilità negata ,invece, durante la Prima Repubblica per lo straripante potere dei partiti. Questi ultimi prima furono feriti e poi travolti da tangentopoli che con il suo repulisti rese la politica orfana di rappresentanza. Vuoto che in quegli anni fu colmato proprio dal partito dei sindaci che esercitò un ruolo di supplenza, spianando la strada all’ingresso sulla scena politica italiana di nuovi personaggi come Berlusconi. Il Cavaliere, sfruttando il potere mediatico delle sue televisioni, ha governato, anche se non interrottamente, per oltre un ventennio, spingendo la politica italiana verso una deriva populista e un eccessivo leaderismo, sconfinato nell’esaltazione dell’uomo solo al comando. Una personificazione del potere ormai detenuto da ristretta cerchia oligarchica che rappresenta l’Areopago della politica italiana. Ilvo Diamante, in un recente articolo apparso sul quotidiano la Repubblica, contestualizza la crisi della leadership dei sindaci legandola all’accresciuto leaderismo nazionale. Sicuramente il potere dei primi cittadini e la loro influenza sulla politica italiana è diminuito rispetto alla seconda metà degli anni 90, poiché i comuni sono stati travolti dalla crisi economica che ha ridotto i trasferimenti. Una crisi che si accompagna anche al ritorno ad un nuovo centralismo che supera così la stagione del federalismo che aveva conferito ai municipi una maggiore autonomia fiscale e di spesa .La stessa Lega aveva elevato a proprio simbolo la bandiera del federalismo, unico strumento per realizzare il sogno autonomistico del Nord. Oggi il federalismo è stato superato persino dal Carroccio che non lo considera più un cavallo di battaglia come nel passato. La legge 42 del 2009, quella del federalismo fiscale, è rimasta inapplicata, mentre i comuni hanno subito sempre di più tagli ai propri bilanci costringendo così i sindaci ad elevare le imposte locali e a trasformarsi in esattori del governo come è avvenuto per la raccolta dell’Imu. Il ridimensionamento del valore autonomistico dei comuni, proclamato e osannato alla fine degli anni passati, è miseramente vacillato anche per via di quel patto di stabilità che è diventato una vera Camicia di Nesso che strangola l’attività dei municipi, tarpando le ali agli investimenti con i quali si afferma il potere dei sindaci ma anche l’attività dei vari municipi. Quest’ultimi senza investimenti tranne quelli , come nel Mezzogiorno che riguardano i fondi comunitari, rischiano spesso di tenere in cassa risorse da non poter investire altrimenti si corre il rischio di sforare i parametri del patto di stabilità con penalità sui futuri trasferimenti. E così i municipi italiani viaggiano con il freno a mano tirato, cosa che determina uno scoraggiamento ad indossare la mitica fascia tricolore da parte di benpensanti, disagio accresciuto anche dai continui scandali che si consumano all’interno dei comuni e che spingono sempre di più i cittadini a disertare le urne. Invertire questa tendenza sta alle forze politiche che si preparano alla tornata amministrativa di giugno per il rinnovo di moltissimi sindaci.
edito dal Quotidiano del Sud

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