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Si respira in giro un’aria cupa che non promette nulla di buono. Si ha la sensazione che i valori fondamentali della persona umana siano stati cancellati e nel vuoto che si è creato si presenti il rischio della ripetizione di un passato che non è mai passato. Segnali inquietanti in questa direzione non mancano. Prima erano testimoniati timidamente, poi sono diventati di forte preoccupazione. La vicenda che vede protagonista la senatrice a vita Liliana Segre supera ogni limite di immaginazione per giungere ad un’orribile provocazione. Il personaggio è noto per i torti subiti, per le offese e le umiliazioni a cui è stato costretto. Soprattutto per la testimonianza data del suo vissuto. Sentirle dire: “Sono solo un’anziana, la scorta mi stupisce” consegna tanta tenerezza insieme ad una forte preoccupazione e alla paura di un rigurgito nazifascista. Che cosa può spingere un politico, un esponente della società, una persona umana fino al negazionismo dell’olocausto? Non c’è giustificazione se non l’assoluta condanna di una disumanità figlia di inconcepibile brutalità. Dal caso Segre alla vicenda Predappio. Altro segnale inquietante. Il sindaco del Comune che dette i natali a Benito Mussolini, Roberto Canali, di centrodestra, ha deliberato che il Comune da lui amministrato non deve pagare il biglietto a uno studente suo concittadino, in procinto di partire per Auscchwitz per un viaggio della memoria. Assurda la motivazione. “Si tratta -dice il sindaco Canali – di una iniziativa di parte. Perché non si va nelle foibe?”, Il paradosso è che la storia, solo oggi, viene vissuta come vendetta. Questi segnali, ed altri minori che fanno meno clamore, indicano il tormento che pervade l’umanità nella eterna lotta tra il bene e il male, per la conquista del potere. Comunque, ad ogni costo.

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 Quanto possano aver influito, in tutto questo, la superficialità dei modelli culturali, l’economia e la globalizzazione sono ipotesi percorribili.

Per la rimozione di pagine nefaste della storia, l’assenza di una cultura in difesa dei valori della dignità umana ha svolto un ruolo determinante. La memoria ha subito un oblio man mano che gli eventi si allontanavano dal loro accadimento. Lentamente si è andato affermando un deleterio giustificazionismo supportato da dubbi apparentemente poco inquietanti. Venendo meno le certezze, le considerazioni successive, non supportate da un coerente rigore, hanno aperto lo spazio ad un possibilismo anticulturale, diventato negazionismo e razzismo.

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 Della denuncia di questo pericolo, sempre più incombente, si è fatto carico il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che, ormai da tempo, lancia moniti decisi contro fenomeni inquietanti. Il suo costante richiamo alla difesa dei valori fondamentali della dignità umana è avvertito come una scudisciata alle classi dirigenti incapaci di dare soluzione dei bisogni delle comunità. E’ vero che il rigurgito razzista si è manifestato in tutte le deleterie manifestazioni come conseguenza dell’aumento dell’immigrazione, ma certo non viene dal nulla, esso covava da qualche parte negli “italiani brava gente” che hanno in parte dimenticato il concetto di accoglienza per adottare un comportamento di sopportazione fastidiosa di chi fugge da guerre e povertà. Si assiste ad una nuova e diversa forma di razzismo interno, generato da una politica confusa messa in campo da una classe approssimativa e impreparata. Sempre più importante il ruolo di Mattarella le cui parole assumono il valore della testimonianza morale spesso inascoltata.

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L’economia mondiale e la globalizzazione si inseriscono a pieno titolo nella vicenda del “tutto e subito” per la supremazia delle diseguaglianze e la cancellazione dei valori della solidarietà. Pur senza fare valutazioni sulla politica economica di Donald Trump, tutta centrata sull’egoismo nazionale statutinitense, esempi negativi vengono nel nostro Paese dalla vicina Puglia, con il dramma che attraversa in queste ore l’ex Ilva di Taranto. Per i franco-indiani i contratti sono solo carta straccia. Una volta sottoscritti possono anche essere annullati. Ciò che conta è il profitto. In nome del quale diventa superflua anche l’occupazione di circa diecimila addetti. Tutto questo accade in un Mezzogiorno, già martoriato, nel quale il lavoro non c’è, per motivi diversi, e lo spopolamento é la risposta più evidente, come il grande esodo dei giovani dimostra.

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Di ciò, e in particolare della fuga dei cervelli meridionali, drammatiche sono le cifre del recente rapporto della Svimez che evidenzia l’aumentarsi delle distanze tra il Nord e il Sud e il ruolo sempre più marginale che riveste il Mezzogiorno nel Paese. Nel sud, infatti, secondo il Rapporto Svimez, ristagnano i consumi, mentre vanno a picco gli investimenti pubblici. Le misure adottate recentemente sono risultate nulle o addirittura controproducenti, Il reddito di cittadinanza, imposto da Luigi Di Maio e dal M5s, non ha creato nuova occupazione, anzi ha allontanato i beneficiari dal precedente lavoro. Così continuando nella politica assistenziale che è, da sempre, uno dei mali del Mezzogiorno, insieme al clientelismo e al trasformismo. Lacci e lacciuoli imposti dalla burocrazia hanno accentuato, inoltre, la lentezza dei procedimenti amministrativi. Esempio è la fuga dalle campagne di tre giovani su su quattro per errori di programmazione delle Amministrazioni. Continua ad essere negativo il ruolo della classe dirigente meridionale incapace di bonificare il territorio liberandolo dal potere criminale.

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Per concludere: la descrizione dei fenomeni illustrati in questa breve sintesi e l’assenza spesso di risposte alternative, spiega perchè l’aria che si respira é cupa. Ma proprio il persistere di questo clima impone un cambiamento di rotta che può avvenire solo se si riafferma il valore del rispetto della dignità umana. Da cui dipendono le scelte per il bene comune.

di Gianni Festa

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