Di Annarita Rafaniello
Ci sono domande che arrivano troppo presto.
A ventun anni, Cesare Pavese ne pone una a Dinah. Non è ancora una dichiarazione d’amore, forse neppure una confessione. È piuttosto il tentativo, quasi impaurito, di comprendere che cosa stia accadendo tra loro. Continuano a ripetersi di “non essere innamorati”, eppure proprio quella necessità di negarlo sembra tradire qualcosa.
«La paura di innamorarsi non è forse già un po’ d’amore?»
È una frase che sembra affacciarsi sul sentimento e subito ritrarsi. Poche righe dopo, Pavese si corregge, o forse cerca semplicemente di proteggersi: «Io non parlo per me, Dinah. Io non so se ti amo, e certo se tu mi lasciassi ora, non ne morirei. Vedi, sono sincero».
Come se la sincerità potesse mettere ordine in qualcosa che ordine non ha. Come se fosse necessario convincere anche se stesso che non è ancora accaduto niente di irreparabile. Tuttavia una cosa è già accaduta: Dinah non gli è più indifferente. Non sappiamo se quella paura fosse già amore. Forse neppure Pavese lo sapeva. Ma sappiamo che, a ventun anni, aveva già intuito che esistono sentimenti che cominciano molto prima che siamo capaci di riconoscerli.
Io, Pavese, l’ho incontrato molto più tardi. Non al liceo. Non attraverso una lezione, un’antologia, un professore che ne pronunciasse il nome e mi dicesse che quelle pagine avrei dovuto conoscerle. Per anni è rimasto fuori dalle mie letture, come se la sua voce dovesse arrivare da un’altra strada. L’ho incontrato più tardi, quando non dovevo incontrarlo. È arrivato attraverso Dialoghi con Leucò.
Ricordo soprattutto la sensazione di essere entrata in un luogo che non conoscevo. C’erano dèi, eroi, miti antichi, ma non sembravano parlare del passato. Dialogavo con loro, in qualche modo. Era Pavese a interrogarsi, attraverso quelle voci, su cose che non appartengono a nessun’epoca: la morte, il desiderio, la solitudine, la paura di perdere ciò che amiamo. Non conoscevo ancora la storia di quelle pagine. Non sapevo chi fosse Bianca Garufi, né quanto le sue lettere fossero entrate nella nascita di quei dialoghi. Non conoscevo Fernanda Pivano, né i quattro libri che un giorno Pavese avrebbe lasciato in una portineria, né quanto un libro possa ridisegnare la traiettoria di una vita.
Sapevo soltanto che quelle pagine mi stavano raggiungendo. E, a un certo punto, è successo qualcosa che non riesco a spiegare meglio: avevo la sensazione che Pavese stesse leggendo qualcosa di me.
Forse è questo che significa incontrare davvero un autore. Non quando impariamo chi è, quando è nato, che cosa ha scritto e quando è morto. Ma quando, per una ragione che non sappiamo spiegare, una sua frase smette di appartenere soltanto a lui e comincia a farsi esperienza nostra.
Da allora ho cominciato a cercarlo. E cercandolo ho scoperto che dietro i libri c’erano persone. Molte. E che forse era impossibile comprendere fino in fondo Pavese senza guardare proprio lì: nelle relazioni che ha costruito, nelle persone alle quali ha scritto, nei libri che ha consegnato, nelle pagine che ha fatto leggere quando erano ancora incompiute.
Una sera, per esempio, lascia in portineria quattro libri a Fernanda Pivano. Tra questi c’è Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters. Ci sono anche Hemingway, Sherwood Anderson e Whitman. Pivano apre Spoon River e comincia a tradurlo su un quaderno.
È difficile immaginare quanto futuro possa essere contenuto in un gesto così piccolo: Pivano diventerà una figura fondamentale per la conoscenza della letteratura americana in Italia. Ma prima che tutto questo accada, è soltanto una ragazza alla quale Pavese affida alcune delle sue letture, quasi intuendo che possano aprirle una strada ancora inesplorata. Non si limita a indicarle un autore: le dischiude la possibilità di entrare in un mondo che, fino a quel momento, le era estraneo. È forse questo uno dei modi più profondi di voler bene a qualcuno.
Tra i due ci sarà anche una storia sentimentale. Lei rifiuterà due volte le sue proposte di matrimonio, ma il loro rapporto non si esaurirà. Continuerà attraverso i libri, le traduzioni, le discussioni, il lavoro e le lettere.
È questo il particolare che mi interessa. Non il Pavese innamorato e respinto, ma il Pavese che, anche quando l’amore non trova la forma che aveva immaginato, riesce a trasformare un rapporto in qualcosa che continua a esistere mediante la cultura, l’intelligenza, la curiosità.
L’intimità passa anche dalle parole.
Con Bianca Garufi, le parole diventano addirittura un luogo condiviso. Il loro carteggio, iniziato nel 1945 e proseguito fino al 1950, accompagna una parte decisiva del lavoro di Pavese e permette di seguire da vicino la nascita di Fuoco grande e dei Dialoghi con Leucò. Le lettere mostrano un’officina letteraria nella quale i due si leggono, si confrontano, si influenzano. Ed è qui che Pavese mi appare ancora diverso. Non come lo scrittore che conosciamo dopo, quando l’opera è ormai compiuta e ogni parola sembra aver trovato la propria necessità, ma mentre cerca, sperimenta e lascia che qualcun altro entri in una pagina ancora in divenire.
Una copia dei Dialoghi con Leucò reca una dedica a Bianca: «a Bianca – Circe – Leucò. Pavese». Penso spesso a quella dedica. Perché Dialoghi con Leucò è stata l’opera attraverso cui ho incontrato Pavese, e solo in seguito ho scoperto che, prima di raggiungere me, quelle pagine erano già passate attraverso la vita di qualcun altro. È una cosa che mi commuove.
Noi conosciamo i libri quando hanno ormai trovato la loro forma. Quasi mai assistiamo al momento in cui sono ancora fragili, quando appartengono a chi li sta scrivendo e a quei pochi cui è concesso di incontrarli prima che diventino di tutti. Le lettere ci permettono di tornare proprio lì: al libro prima del libro; alla parola prima della parola definitiva. E con Garufi Pavese prova persino a condividere la scrittura.
Fuoco grande nasce come un romanzo scritto a quattro mani. Pavese racconta Giovanni; Garufi racconta Silvia. Due punti di vista, due voci, la stessa storia attraversata da coscienze diverse. A leggerlo oggi, viene naturale chiedersi se non ci sia, dietro quell’esperimento letterario, anche una domanda più intima. Quanto possiamo conoscere davvero una persona? Possiamo raccontarla, ma possiamo possederne il punto di vista? Possiamo amarla e continuare a non sapere completamente che cosa accade dentro di lei? Forse è questa la distanza che Pavese, per tutta la vita, ha cercato di colmare con la scrittura: quella fra sé e gli altri. E più provo a entrare nel suo mondo, più mi sembra che le persone intorno a lui non siano semplicemente figure della sua biografia.
Sono interlocutori. Dinah è l’interlocutrice di una domanda sull’amore. Pivano, quella di una passione intellettuale che diventa una strada. Garufi, quella di una scrittura condivisa, nella quale l’altro può perfino prendere la parola e modificare la storia. E io sono arrivata dopo. Molto dopo. Quando tutto era già accaduto. Quando le lettere erano diventate documenti, i libri opere, le persone nomi nella biografia di uno scrittore. Eppure, leggendo, ho avuto la sensazione opposta: che nulla fosse veramente finito. Forse perché le lettere restituiscono a Pavese una cosa che la storia tende a toglierci: la sua incertezza. Nelle biografie sappiamo già come va a finire. Nelle lettere no.
Lì Pavese è ancora dentro le sue domande, ancora capace di sperare, di sbagliare, di non sapere.
E forse è proprio per questo che sembra così vicino: perché lo sorprendiamo mentre sta ancora cercando.
In una lettera a Fernanda, nel ’43, Pavese scrive, a proposito della vita interiore: «Si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di “arrivare”, ma di “essere” – e vedrà che la vita avrà un significato».
“Arrivare o essere”: Pavese sembra aver saputo molto presto che non sono la stessa cosa. Si può costruire un’opera, diventare uno scrittore, lasciare libri che continueranno a essere letti quando non ci saremo più e, tuttavia, restare di fronte a se stessi con la sensazione di non avere trovato la risposta tanto cercata.
Forse è questo che mi ha condotto così vicino a lui. Il fatto che dietro l’autore ci fosse continuamente l’uomo: quello che scrive una lettera, che dona dei libri, che attende una risposta, che si innamora e non sa se chiamarlo amore, che prova a scrivere con qualcun altro per capire se, entrando nella voce dell’altro, sia possibile arrivare un po’ più lontano da sé. E allora ritorno alle parole dei ventun anni.
«La paura di innamorarsi non è forse già un po’ d’amore?»
Forse la domanda non riguarda soltanto Dinah, ma il rapporto di Pavese con gli altri, il suo bisogno di essere compreso, la sua difficoltà a lasciarsi andare senza, contemporaneamente, cercare una via di fuga. Il modo in cui si avvicina alle persone attraverso le parole, quasi che la scrittura potesse diventare una forma di intimità più sicura della vita.
E forse riguarda anche noi. Perché amare qualcuno significa accettare che non potremo mai conoscerlo completamente. Possiamo leggerlo, ascoltarlo, accompagnarlo, perfino condividere la scrittura. Ma una parte dell’altro resterà sempre oltre la nostra possibilità di raggiungerla.
Il 27 agosto 1950, a Torino, Cesare Pavese muore. Ha quarantadue anni. Settantasei anni dopo, è facile ricordarlo partendo da quella stanza d’albergo, dalla fine, dalla tragedia che ha finito per gettare la propria ombra su tutto ciò che è venuto prima. Io, invece, vorrei tornare indietro: prima della stanza, della morte, del monumento. Vorrei tornare a quel ragazzo di ventun anni che non sa se ama, a Fernanda Pivano e a Bianca Garufi.
Forse non esiste una risposta. Forse la paura di innamorarsi non è necessariamente già amore.
Ma forse, nel momento stesso in cui abbiamo paura di perdere qualcuno, quella persona ha già cominciato ad abitare una parte di noi. Allora torno alla frase da cui tutto è cominciato e la rileggo, questa volta non come una domanda rivolta a Dinah, ma come una domanda che il tempo ha lasciato aperta.
Pavese non è qui per rispondere, e questo poco conta. La vera risposta è una domanda che attraversa settantasei anni di silenzio e ci raggiunge nel profondo, presente e attuale come mai. Forse è questa la singolare forma di incontro che la letteratura rende possibile: qualcuno che non potremo mai conoscere può, malgrado tutto, riconoscerci.


