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Joë Bousquet: Isel, l’amore impossibile come unica possibilità

Di Rossella De Lorenzi

Isel di Joë Bousquet è il volume curato da Antonio Di Gennaro e tradotto da Arlindo Hank Toska edito nel 2021 dalla casa editrice Mimesis, che si inserisce nella generale riscoperta italiana dell’autore francese dopo le traduzioni di testi come Tradotto dal silenzio (1987), Il quaderno nero (2004) o Il compagno della luna (2009).

Lo scrittore Joë Bousquet, nato a Narbonne in Francia nel 1897, è un giovane ricco borghese quando all’età di 21 anni vive un evento traumatico che gli cambierà l’esistenza: durante la Prima Guerra mondiale, il 27 maggio 1918, sul fronte viene ferito gravemente alla colonna vertebrale da un colpo di fucile. Lotta tra la vita e la morte e, dopo tre mesi di coma, riesce a sopravvivere, riportando dei danni irreversibili alla colonna vertebrale che lo paralizzano nella parte inferiore del corpo. «La vita insiste per essere mia amica e il destino mio nemico», scrive Frida Kahlo a proposito di sé, e questa frase può sintetizzare anche il percorso di vita dell’autore francese, che con l’artista messicana ha in comune un evento doloroso relativo esattamente alla colonna vertebrale, sebbene con conseguenze differenti. Con estrema sofferenza, l’esistenza di Bousquet continua e il suo destino è quello di vivere e scrivere, dovendo gran parte dello stile della sua prosa – poetica, intima, lirica, a tratti visionaria – e delle sue riflessioni alla vita forzata che il destino gli ha riservato. Una vita in cui l’impossibilità di un amore diventa la sola condizione possibile.

La sua non è un’esistenza lontana dall’amore, ma priva di un amore ricambiato; non è senza un’istintiva voglia d’amare, ma ricca di un anelito destinato a non essere mai appagato. La sua condizione fisica, infatti, a partire dalla ferita causata da quel proiettile, lo costringe a stare per sempre steso nel letto, nel quale trascorre le sue intere giornate all’interno della sua oggi nota “stanza azzurra” presso Carcassonne, città in cui vivrà a lungo e morirà nel 1950. Una camera le cui imposte sono sempre abbassate, nella quale non entra luce, ma che è ricca di illuminazioni. È qui che Bousquet pensa, soffre, sogna, spera con un sentimento mai illusorio, ma di lucida consapevolezza esistenziale: un colpo di fucile al midollo spinale che diviene un colpo psicologico alla coscienza.

Isel è il nome simbolo di quell’amore impossibile e non corrisposto; non si è certi se lei sia il primo o l’ultimo amore di Bousquet, se sia solo frutto di fantasia, ma la sua identità ha valenza universale, perché rappresenta la Donna. Isel è la figura femminile verso la quale orienta tutto il proprio amore, il desiderio fisico, la passione. Un amore che è un misto di purezza e allusione quando scrive: «Lei è così commovente che ha purificato il mio desiderio. Voglio solo avvicinarmi a lei e assaggiarne l’ingenuità» (p.30) e che si conclude in un sentimento di sconforto: «È possibile che per tanto amore non ci sia una ricompensa?» (p. 88). L’amore per Isel, per la Donna, fluttua tra idillio-romanticismo e realtà-disperazione e permea la riflessione dello scrittore, perché l’amore è ciò che di più rilevante vi è nell’esistenza. Averlo negato significa vivere l’intera vita con quel sentimento di sconforto, fino a sperare di non amare: «Perché la vita è necessariamente drammatica? Perché chiama sperando in eventi che la rinneghino e recidano i legami?» (p. 83).

Niente può davvero consolare, neanche l’arte dalla quale è circondato nella propria stanza e l’amicizia di intellettuali illustri come Simone Weil. Opere di eccellenti artisti come Mirò, Max Ernst e Dalì riempiono le pareti della camera, ma senza mai poter colmare completamente il vuoto delle pareti del cuore, mostrando in qualche modo che a fronte di alcune sofferenze neppure la più grande arte riesce ad essere salvifica. E neanche il ricorso a droghe come l’oppio può lenire davvero il dolore di un uomo che trova principalmente nella scrittura la propria personale forma di autoconsolazione.

La sua passione per la lettura, per la filosofia, per la poesia e in generale la sua sensibilità artistica sono ad ogni modo caratteristiche che lo distinguono già prima dello sfortunato incidente. Ciò fa pensare che forse, qualunque fossero le sue particolari vicissitudini, il destino di Joë Bousquet fosse soprattutto quello di essere uno dei più grandi scrittori del ’900. La sua letteratura, che oggi tanto affascina, ha la forma di un grido di dolore e di sofferenza amorosa che sono anche un implicito invito a vivere davvero. Scrive infatti in Isel: «Mi hai capito: spetta a te costruire la tua vita, invece di subirla» (p. 47).

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