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La crisi inglese la crisi italiana

 

A due settimane dal referendum inglese sulla Brexit l’attenzione dell’opinione pubblica e dei giornali è già distratta da altri accadimenti, alcuni dei quali ben più tragici; ed è quindi comprensibile che delle conseguenze di quel responso popolare si parli sempre di meno, anche perché si è capito che quasi nulla accadrà nell’immediato, essendosi aperta una partita diplomatica assai complessa che sfugge al controllo dei cittadini europei e degli stessi britannici. Eppure vi sono considerazioni che val la pena di approfondire, anche nella limitata ottica italiana. La settimana scorsa abbiamo richiamato l’attenzione sul delicato rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, uso del referendum, suffragio popolare, legittimazione dei governi. Maora, gli sviluppi della situazione politica in Gran Bretagna offrono altri stimoli all’analista politica italiano. Dunque, a Londra il capo del governo ha chiamato i cittadini ad esprimersi con un sì o con un no sulla permanenza del Paese nell’Unione europea: non esattamente una scelta secondaria ma un’opzione strategica di primaria grandezza, tale da determinare l’orientamento delle politiche nazionali. Votando per il “leave”, la maggioranza degli elettori ha sconfessato il governo e, coerentemente, il primo ministro David Cameron ha annunciato le proprie dimissioni, che però diventeranno esecutive solo nel prossimo ottobre, quando il gruppo parlamentare del partito di maggioranza, che è il partito del capo del governo bocciato dagli elettori, avrà scelto il nuovo premier. Subito dopo si è ritirato dalla corsa per la successione Boris Johnson, che nel partito di Cameron si era espresso per la Brexit, e che quindi legittimamente avrebbe potuto intestarsi la vittoria del referendum e il favore popolare. Passa un giorno, e anche Nigel Farage, capo del partito di opposizione Ukip, fieramente antieuropeista, si dichiara non interessato alla corsa per la guida del nuovo governo e si dimette dal suo incarico: nel frattempo c’è bufera nel partito laburista, il cui segretario è contestato dal gruppo parlamentare, che lo accusa di scarso impegno nella battaglia a favore del “remain”: probabilmente dovrà dimettersi anche lui. Insomma, una gran confusione a Westminster, sede del parlamento inglese, dove tutti i principali birilli dei partiti sono caduti, chi per un motivo chi per l’altro, sotto i colpi degli elettori referendari. Il meno che ci si potrebbe aspettare, a questo punto, sarebbe un bel “tutti a casa”; e invece niente di tutto ciò. La partita è semplicemente rinviata a dopo l’estate: niente elezioni anticipate, niente ritorno alle urne, niente lavacro popolare. Fra tre mesi, con comodo, i 331 deputati del partito conservatore eleggeranno il loro nuovo leader che automaticamente diventerà primo ministro e formerà il suo governo. Ora, anche tenendo conto del fatto che la democrazia britannica è la più antica della storia (anzi viene definita la “madre” di tutte le democrazie), la vicenda ha un che di paradossale. Immaginiamo per un momento come gli inglesi (per i quali invece il pasticcio istituzionale che abbiamo descritto è ordinaria amministrazione) guardano alle cose di casa nostra per come si stanno dipanando sotto i loro e i nostri occhi. Qui da noi una crisi di governo ed elezioni anticipate vengono evocate sulla base del risultato di elezioni amministrative parziali che hanno coinvolto un quinto dell’elettorato, e nell’attesa del risultato di un referendum che deve ancora essere indetto; e mentre i giornali danno per scontata la caduta del governo, quest’ultimo è già ampiamente delegittimato per via di indagini giudiziarie che peraltro non vedono coinvolti né ministri né tanto meno il presidente del Consiglio (Cameron sì che era stato pizzicato nello scandalo dei “Panama papers”, ma se l’era cavata con delle scuse molto british). Quanto poi al referendum costituzionale di ottobre c’è chi nel partito di maggioranza, che in parlamento ha votato per la riforma, chiede di bocciarla col voto popolare perché così in soli sei mesi si potrà fare una riforma vera “approvabile dai due terzi del parlamentari”. Massimo D’Alema, oggi così sicuro di sé, ci provò quasi vent’anni fa a riformare la Costituzione, e ci era quasi riuscito con la sua bicamerale, tranne essere sgambettato all’ultimo minuto proprio da quel Berlusconi con il quale vorrebbe riformarla oggi in sei mesi, naturalmente dopo essersi liberato di Renzi e del parlamento che a maggioranza l’ha votata per sei volte. Da allora, niente riforma (ma se ne parla inutilmente da 40 anni…). Insomma se da una parte della Manica c’è forse un eccesso di understatement, da questa c’è senza dubbio una fibrillazione che non fa bene né alle istituzioni né alle forze politiche che le abitano, e che alla fine – ma ormai ci siamo – serve solo a rendere sempre più invivibile la casa comune. E in più noi non abbiamo neppure la regina.
edito dal Quotidiano del Sud

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