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In un celebre passo della sua “Democrazia in America”, bibbia del liberalismo ottocentesco ancora oggi di grande attualità, Alexis de Tocqueville parla dell’elezione del presidente degli Stati Uniti come di “un periodo di crisi”, nel quale “l’intera nazione cade in uno stato febbrile”; “le fazioni … raddoppiano d’ardore; tutte le passioni fittizie che possono sorgere dall’immaginazione, in un paese felice e tranquillo, s’agitano … pubblicamente”. Insomma, le elezioni presidenziali si trasformano in un vero e proprio “uragano”, destinato ad acquietarsi solo ad elezione I partiti, scrive ancora Tocqueville, sentono il bisogno di raggrupparsi intorno a un uomo, per essere più facilmente capiti dalla folla”. “La democrazia in America” fu pubblicato a Parigi fra il 1835 e il 1840, ed è straordinario come queste osservazioni si attaglino perfettamente a quanto sta avvenendo in queste settimane negli Stati Uniti oltre un secolo e mezzo dopo. Il meccanismo delle primarie, che costringe i candidati a percorrere affannosamente l’intero paese, li mette in contatto diretto con l’America profonda, che nessun programma televisivo e nessuna inchiesta giornalistica sono capaci di sondare. Le piattaforme elettorali cambiano a contatto diretto con gli elettori, che legittimano i candidati ma al contempo li influenzano e ne modificando programma e retorica. Di nuovo c’è, ed è il caso del Partito repubblicano, che il candidato Donald Trump, lungi dall’essere scelto e influenzato dall’apparato, lo annichilisce e lo manovra, forte del rapporto diretto instaurato con quella che Tocqueville chiama “la folla”; ma anche Hillary Clinton, sull’altro versante politico, deve fare i conti con i primi risultati della sua campagna e deve rispondere alla “febbre” che agita i suoi sostenitori: e così tenta di mettere insieme i latini e i neri del Sud con i bianchi liberal del New England, i poveri e i ricchi, i vecchi sostenitori democratici e i giovani dei college, questi ultimi stretti attorno a Bernie Sanders, che ha osato pronunciare la parola “socialismo”, violando un tabù inveterato. Da una parte cambia la constituency del Partito democratico; dall’altra è il Grand Old Party, il partito di Regan e dei Bush (e prima ancora di Eisenhower e di Nixon) a subire una mutazione e forse un tracollo irreparabile, che lo porterebbe a trasformarsi in una “cosa” nuova, ancora insondabile. C’è un altro passo di Tocqueville che può servire a noi europei moderni per capire meglio quel che sta accadendo sull’altra sponda dell’Atlantico e trarne qualche utile insegnamento, ed è dove l’autore (che tutto sommato era un aristocratico anche se immune da tentazioni legittimiste) contrappone il “dogma della sovranità del popolo”, che in America “non è nascosto e non resta sterile come in altre nazioni”, a quello della “volontà nazionale” che è invece “una delle parole di cui gli intriganti di tutti i tempi e i despoti di tutte le età hanno più grandemente abusato”. Dunque, la sovranità popolare si esprime nelle primarie Usa, quando i cittadini degli Stati scelgono i candidati alla presidenza, ed è destinata a manifestarsi nel voto successivo anche se disertato da molti; in Europa invece ci riempiamo la bocca di “volontà nazionale” non rendendoci conto che così facendo restiamo ancorati all’Ottocento. E’ per questo motivo che l’Unione europea non sarà mai comparabile con gli Stati Uniti d’America. Naturalmente, queste considerazioni prescindono da quel che sarà, nel campo repubblicano e in quello democratico, l’esito della partita (né pretendono di indovinare chi vincerà la battaglia per la presidenza). C’è però un’altra considerazione da fare, in chiave domestica: con tutti i loro difetti certamente correggibili e purtroppo non corretti, le primarie del Partito democratico che si stanno svolgendo in questi giorni, certamente non assimilabili alle primarie americane, sono tuttavia l’esperimento politico che più si avvicina ad esse. Gli altri modelli di selezione della classe politica – dal casting berlusconiano, al pugilato leghista, alle eliminatorie da grande fratello dei Cinque stelle – sono tutti peggiori. Meglio rileggere Tocqueville.
edito dal Quotidiano del Sud

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