– di FRANCO FESTA –
È da tempo che il cosiddetto campo largo non riunisce i suoi stati maggiori, le sue energie migliori, per ragionare della città, per offrire una visione di quello che può essere il futuro del capoluogo. Più precisamente, è da più di due anni, dalla sconfitta di Gengaro. In questo periodo è accaduto di tutto: le capriole del gruppo del PD per impedire la caduta della Nargi; i reciproci divieti per il candidato sindaco; l’invenzione finale della discesa in campo di Pizza, con l’accettazione supina o per convenienza della proposta da parte di tutti, anche di quelli che fino al giorno prima dichiaravano morta l’alleanza; infine la formazione del governo della città, che ha visto lo strapotere del Pd nell’occupazione dei posti chiave.
In sintesi, si è ricostituito il vecchio schema della DC, che ha governato Avellino per un numero sterminato di anni, con un modello che la vedeva al centro del potere con gli alleati intorno nella veste di innocui satelliti. Solo che quella DC aveva più del 40 per cento, questo PD supera a stento il 25 per cento, a voler essere gentili.
Quello a cui assistiamo è dunque un capolavoro tattico che ha un solo nome, quello di Maurizio Petracca. Certo: i costi dell’operazione sono alti. Il primo, su tutti, è la riduzione del PD a un partito ombra, a un involucro vuoto, nel quale ogni forma di democrazia e di partecipazione reale è cancellata, un partito del quale in città non si svolge un congresso da anni e nel quale convivono, a fatica ma muti, punti di vista inconciliabili.
Non a caso la vittoria di Pizza è stata vissuta dalla parte dominante del partito come una rumorosa vendetta nei confronti di Gengaro, un tentativo allora di fatto avversato dal Pd di Petracca.
Né va dimenticata però la debolezza dell’altro pezzo del campo largo, nel quale brillano le visioni moderate e di potere di Alaia e di Gubitosa e la difficoltà della sinistra ad elaborare un pensiero forte e alternativo. Petracca ha saputo usare queste divisioni e queste debolezze e il risultato è questo finto campo largo, somma di piccoli potentati e di effimere illusioni, che non ha nulla da dire sulla città e si affida ai programmi di buona volontà enunciati da Pizza al suo insediamento, che non indicano come e con chi le questioni che ha enunciato si potranno realizzare, e alle manie di comando di questo o di quell’assessore.
E intanto urgono questioni drammatiche, la questione ambientale su tutte, la necessità di immaginare e costruire una città che non metta più il cemento al centro, ma l’acqua, il verde, la natura, e la questione sociale, perché i livelli di povertà e di difficoltà di tanti esigono anche dal Comune risposte concrete.
E invece no, tutto farà da sfondo all’unica vera battaglia che interessa i notabili al potere: a chi toccheranno, l’anno prossimo, gli scranni disponibili al Parlamento.
Alla faccia del campo largo e della visione di una città nuova.


