E’ uno spazio in cui i confini tra reale e ideale si perdono e la città si racconta attraverso geometrie, superfici e volumi quella che consegna Franco Sortini nella mostra fotografica “Il profilo della città. La Metafisica dello sguardo” inaugurata ieri al Museo Irpino, nell’ambito della rassegna Portfolio. Fotografia d’autore. A confrontarsi con l’autore Giovanni Menna, professore di Storia dell’Architettura presso il DiARC Dipartimento di Architettura dell’Università “Federico II di Napoli” e Luigi Cipriano, fotografo e coordinatore FIAF Campania. A prendere forma una fotografia essenziale, nella quale il dato reale rimane riconoscibile ma viene trasformato attraverso lo sguardo dell’autore.
E’ Sortini a spiegare come “nelle immagini si realizza un equilibrio di forme e geometrie in cui si riconoscono la materia delle superfici, la trama degli intonaci. Spesso ci troviamo di fronte a fotografie montate in dittici, così parti di palazzi di città differenti restituiscono l’idea di un unico edificio o della stessa città mentre sono immagini legate ad ambiti geograficamente diversi. Se è vero che sono tutti spazi di città reali, è anche vero che si trasformano in altro da sè, grazie alla luce particolare utilizzata e alla prospettiva. Mi piace sottolineare che c’è pochissimo lavoro di postproduzione, tutto nasce dallo sguardo iniziale”. Luigi Cipriano pone l’accento sulla forza di una ricerca che porta avanti un processo di rarefazione fin quasi all’astrazione, rende omaggio al maestro Fontana e rivolge la propria attenzione a “geometrie che creano superfici, a nuove città nate dall’incontro tra città differenti”. “Esiste una relazione strettissima – scrive Giovanni Menna – tra il linguaggio di Sortini e le avanguardie legate all’arte della fotografia dalla Scuola di paesaggio alla scuola tedesca di Dusseldorf ma queste immagini sono innanzitutto figlie della tradizione dell’arte italiana, rimandano ad artisti come Giotto con le loro architetture semplici, concezioni compositive di impostazione classica, l’impianto prospettivo e un bilanciamento tra luce e spazi, evidenziando una nostalgia di epoche non vissute. Ma si caricano anche di una valenza politica, provando a immaginare un ordine possibile sottostante al caos, a partire dalla ragione, provando a ristabilire legami e relazioni all’interno degli spazi urbani. Un messaggio forte anche per la società di oggi in cui violenza e follia sembrano imperversare”.
Ed è davvero un itinerario carico di suggestioni quello che consegna Fortini. Lo sguardo parte da frammenti e dettagli, trasformando il quotidiano in qualcosa di inatteso, isolando a un frammento per restituirgli un significato nuovo. “Tutto ruota – si legge nella nota di Andrea Del Guercio -intorno ad una luce che sostituisce il colore della pittura, per affrontare l’architettura attraverso l’azione del disegno, il suo operare attraverso la lineare geometria dei piani; la luce si riprogramma rinunciando alla matericità del colore dipinto per ridefinirsi all’interno di un processo percettivo che ritaglia la realtà degli spazi, preventivamente e analiticamente selezionati da uno sguardo attento e controllato sul piano emozionale, teso a raggiungere una condizione estrema che vorrebbe farsi fredda se non fosse quella calda del Mediterraneo”.




