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La frattura tra comunità ed eletti

Lo spaesamento che attraversa il Paese è riconducibile, in prim’ordine, più che alla crisi economica, alla “crisi della politica”, dove la politica interseca in modo univoco la vita delle comunità.

Nei grandi e piccoli comuni, con la scomparsa delle sezioni delle grandi famiglie dei partiti tradizionali, è gradualmente venuta meno la vitalità della politica, come sintesi di aggregazione e partecipazione alla vita comunitaria.
La classe politica non è stata più formata nelle palestre di sezioni e consigli comunali determinando, in massima parte, quella “crisi della rappresentanza” che costituisce il male maggiore del nostro fragile sistema democratico.

Da tempo, ormai, la classe politica non viene più selezionata nel conflitto interno ed esterno a quella che una volta era la propria area ideologica di riferimento.

“L’agorà” della democrazia, non solo metafora, ma anche luogo fisico, con i comizi di piazza che ormai sembrano appartenere all’archeologia, è stata sostituita con “l’arena” mediatico-televisiva, la cui invasività ha finito con lo scambiare “il parlamentare”, l’uso della parola con il talk-show. La connessione si è interrotta così da determinare la “grande crisi”. La comunità che viveva, soprattutto nei piccoli centri, del rapporto simbiotico tra esponenti politici e popolo, si è spezzata.

Nella generale crisi della democrazia si è spezzata la stessa catena di connessioni tra il popolo e l’élite. E’ così che “abbiamo ceduto sovranità a sfere sovranazionali e oscuri poteri finanziari”, diventando “sudditi di regni lontani”.

La separazione tra politica e cittadini, il divorzio tra “il popolo e i suoi dei”, è emblematica di una condizione che pone il “politico” in una posizione non più rispondente rispetto alle domande sollevate all’interno della comunità. I partiti, oggi, sono dei contenitori vuoti, o, se si vuole, dei contenitori di voti, dove coltivare ambizioni individuali e non più sogni collettivi, con un’insostenibile e scandalosa gestione del potere politico che travalica ogni “etica della responsabilità”.

Si è sempre più fatta largo l’idea che la politica è dirigere senza rendere conto, quello che la cultura anglosassone chiamerebbe accountability. La politica è così che si è separata dal popolo. Stretti tra populismo e antipolitica, c’è bisogno di ricomporre la frattura tra comunità ed “eletti”, dove eletti non va equivocato, e non si traduce con casta aristocratica.

“Riaccendere la scintilla della rappresentanza” significa porre mano al grave disagio di una società che presenta forti squilibri e crescenti disuguaglianze sociali, non venerando, fideisticamente, il “dio mercato”, nuovo e potente idolo della post-democrazia.

Un mondo politico è al tramonto. E la politica, in questi anni di crisi, ha smesso di percorrere i sentieri impervi e necessari di un’utopia, di un progetto, di una “costruzione sociale”, per prospettare un orizzonte nuovo, oggi molto lontano da intravedere, di avere una “visione” per un Paese che ha smarrito il proprio cammino “ideale” verso il futuro.

di Emilio  De Lorenzo

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