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Da quando è nato il governo Draghi, il partito che più mostra insofferenza e insieme voglia di protagonismo è la Lega. Matteo Salvini è come se avesse un piede in maggioranza ma ogni tanto l’altro non resiste al richiamo dell’opposizione. A differenza del primo governo Conte, Salvini non ha la golden share dell’esecutivo e nemmeno un posto da ministro, ma nonostante questa evidente difficoltà, non vuole rinunciare al suo protagonismo e al suo ruolo da leader politico e mediatico.

Una doppia identità che ancora non è servita ad individuare una chiara linea politica. In tempi di pandemia e conseguente crisi economica le preoccupazioni dell’opinione pubblica sono cambiate, c’è ancora rabbia e risentimento non per i migranti però, le categorie che fanno fatica ad intravedere un futuro sono quelle colpite da un lockdown prolungato come ristoratori e negozianti. Ed è per difendere queste categorie che Salvini si è battuto per non chiudere tutto, ma così facendo ha legittimato alcune manifestazioni di piazza e indebolito le scelte fatte dal governo che ha deciso la stretta sulla base dei dati sulla pandemia. C’è poi il problema politico della concorrenza di Fratelli d’Italia che dall’opposizione lucra consensi e vantaggi elettorali.

Un duello a destra che solo due anni era impensabile. Giorgia Meloni si è abilmente inserita tra il populismo mediatico di Salvini e l’appannamento inevitabile di Berlusconi, adesso la leader di Fratelli d’Italia deve costruire un profilo di partito che non sia solo tentato dai toni accesi dell’opposizione ma arrivare ad una veste convincente di governo. Ernesto Galli della Loggia sostiene che il partito della Meloni potrebbe legittimamente aspirare a rappresentare nel nostro paese quella destra conservatrice che di fatto non c’è mai stata. Si vedrà se Fratelli d’Italia riuscirà a vincere questa sfida, per il momento ha scelto in Europa una strada diversa da quella di Salvini, aderendo convintamente al gruppo dei conservatori e riformisti.

La Meloni è la presidente del gruppo, unica donna leader sia di un partito politico europeo che di un partito italiano. Il Partito dei conservatori e riformisti europei è stato fondato nel 2009 e rappresenta una destra di governo euroscettica e antifederalista e si distingue sia dal più moderato PPE che dal raggruppamento più estremo al quale aderiscono la Lega e il Front National di Marine Le Pen. Ha rapporti con i maggiori partiti conservatori del mondo, dai Repubblicani negli Usa al Likud israeliano. Salvini proprio in questi giorni però, sta ridefinendo la sua appartenenza europea.

Il leader della Lega non vuole ascoltare i consigli di Giorgetti che lo spinge ad avvicinarsi al partito popolare europeo e propende invece per siglare un’intesa con gli ungheresi di Orban e i polacchi di Morawiecki, un patto che potrebbe dare vita ad un nuovo gruppo alternativo sia al PPE che ai conservatori, un movimento sovranista ed euroscettico che tende a sfruttare i possibili risentimenti dei cittadini europei per un lokdown prolungato e per un piano vaccini con troppi rallentamenti.

La scelta europea condiziona anche l’atteggiamento di Salvini verso Draghi, che resta di lotta e di governo, perché è difficile conciliare l’appoggio ad un esecutivo europeista con la militanza in un gruppo con Orban e il suo collega polacco. Nonostante, però, la voglia di smarcarsi, Salvini sa perfettamente che non può staccare la spina e deve convivere al governo con questi alleati occasionali anche perché ci sono due appuntamenti che non può fallire: le prossime elezioni amministrative di ottobre e la partita del Quirinale agli inizi del 2022. Dunque nessun nuovo Papeete ma una linea prudente, in attesa che il Paese ritorni alla normalità e la politica a dividersi tra destra e sinistra.

di Andrea Covotta

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