Giovedì, 27 Agosto 2026
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L’Irpinia non è un luogo turistico, si insinua nelle volute dello sguardo senza clamore e senza chiasso.

La permeano viti e noccioli immersi in un silenzio complice e comunicativo, falchi assorti nei loro cerchi d’aria, ulivi e meli che invecchiano senza rancore.

In agosto le case s’attorcigliano all’afa e le corse dei bambini lasciano scricchiolare il vetro della noia.

Ai cigli delle strade l’erba riarsa forma un tappeto biondo oro che sale fino alle pendici verdi e brune dei macchioni.

La campagna mi guarda con la pancia piena e le mani nelle tasche e ogni tanto alita un vapore bruciato di foglie e rami secchi.

I paesi hanno una sapienza umana sbigottita, passiamo le giornate fianco a fianco tra lenze invisibili che dal passato remoto pescano volti anche nel buio, provano a farli respirare spingendoli a sputare l’acqua della dimenticanza.

Qui quando il vento soffia, sbuca dagli angoli con forza, zampilla dalle spalle dei versanti, scoperchia tetti di zinco, stronca rami, raschia contro lo spesso muro d’acqua della pioggia.

Il passato si aggrappa al presente con tutti e dieci i polpastrelli, ma non è un coabitare sempre perfetto e felice.

A volte l’accordo si impenna e finisce capovolto sull’asfalto.

Dopo il terremoto del 1980 la modernità saccheggiò per una larga fascia lo spirito dei vichi: le nuove costruzioni tesero parecchi trabocchetti a quello che eravamo.

Eppure un osso identitario ancora persiste, sopravvive all’ossido del tempo e alle tagliole della fretta.

C’è qualcosa in questa terra per cui le colline non sanno solo di colline, i castagni non sanno solo di castagni, le pietre non sanno solo di pietre.

Non c’è legge umana e divina che sbaragli questo stupore, quasi un patto atavico che lega la natura ai muri, uno statuto interno di meraviglia tangibile che avvolge, millimetro dopo millimetro, ogni singolo elemento.

Al centro di un paese incontri il bar con la tendina ad orli per tettoia, i vecchi seduti al tavolino che giocano a carte e litigano come se volessero picchiarsi, i giovani che bevono birre, assuefatti all’ozio e all’assenza di lavoro, i cani flemmatici e bonari, i negozi deserti che aspettano con la stessa attesa dei pazienti davanti alla porta del dottore.

Nessuno si tormenta più di tanto.

La bruma della resa aleggia sospesa e, anche se non lo dicono, tutti sperano che un salvatore, un’ora benedetta di un benedetto giorno, si decida a sbarcare qui.

Ma forse questi posti sono belli così come sono, senza canotti di salvataggio, senza simulazioni e senza miracoli.

Monia Gaita

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