Virgilio Iandiorio
Quando ho letto per la prima volta il romanzo “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, scrittrice iraniana per necessità trapiantata negli U.S.A., sono stato molto interessato da questa sua considerazione:
“Il nostro era un paese (l’Iran) dove tutti i gesti, anche quelli più privati venivano interpretati in chiave politica. I colori del mio velo o la cravatta di mio padre erano un simbolo della decadenza occidentale e delle tendenze imperialiste Non portare la barba, stringere la mano a persone dell’altro sesso applaudire o fischiare agli incontri erano considerati atteggiamenti occidentali e quindi decadenti, parte del complotto imperialista per distruggere la nostra cultura” (A. Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, 2003, tr. It. Adelphi 2004 pag.41).
Ho richiamato alla memoria gli autori della classicità, che oggi proprio in università statunitensi sono messi al bando, e che se vivessero oggi in un paese autoritario rischierebbero la pena di morte anche per un ricciolo della loro capigliatura. Non parliamo di quello che hanno scritto nelle loro opere.
Gli antichi romani avevano cura del loro aspetto e del loro abbigliamento. Tale era la diffusione della cura della persona ai tempi loro che sorsero delle vere e proprie TABERNAE (botteghe) specializzate. Come non ricordare: UNGUENTARIA TABERNAE, specializzate nella preparazione di unguenti. I farmacisti, se così possiamo chiamarli, quelli che preparavano pomate, venivano chiamati UNGUENTARII. Vi erano inoltre, gli AROMATARII, mercanti di profumi e preparatori di oli medicamentosi. E poi i PIGMENTARII, commercianti e preparatori di colori e profumi.
Nella letteratura latina i farmacisti erano detti PHARMACOPŌLAE, le farmacie PHARMACOPOLIUM e i medicamenti PHARMACEUTICI. Un altro termine utilizzato nell’antica Roma per indicare il farmacista, era SEPLASARIUS (il profumiere), e SEPLASARIUM per indicare la farmacia e SEPLASIUM per la crema. Tale nome prendeva origine da una delle principali piazze di Capua, piazza Seplasia, dove si svolgeva il mercato di droghe e spezie.
Uomini e donne nell’antica Roma facevano uso di creme, balsami, linimenti, e altri preparati. Il poeta Catullo prende in giro un tale Egnazio che per fare mostra della sua splendente dentatura apriva la bocca per sorridere in ogni occasione. Immaginate, per essere lui celtibero, come avrebbe spalancato la bocca per urlare la sua contentezza all’indirizzo della squadra spagnola vittoriosa ai mondiali di calcio. C’è un particolare, però. Per pulire i denti i celtiberi, dice Catullo, erano soliti usare la propria urina come dentifricio.



