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La partita della Corte Costituzionale si è chiusa dopo 17 mesi e 32 votazioni, e solo poche ore prima del voto che avrebbe segnato la svolta positiva nessuno prevedeva che i tre giudici della Suprema Corte sarebbero stati eletti. Lo scenario più fosco raccontava addirittura di un minaccioso presidente Mattarella che alla vigilia dell’ultimo dell’anno avrebbe rivolto agli italiani il suo primo messaggio preoccupato per lo stallo parlamentare che impediva il corretto funzionamento di un importante organo di garanzia. Ora, tirato un sospiro di sollievo per il cessato pericolo, ci si interroga sul significato della svolta. Diciassette mesi di attesa per trovare un accordo vuol dire che si è cominciato a votare per la Consulta quando il governo Renzi era stato appena costituito, il patto del Nazareno fra il segretario del Pd e il leader di Forza Italia era ancora l’architrave della politica italiana, il Movimento 5 stelle, la più rilevante novità della XVII legislatura, coltivava la sua forza parlamentare in uno splendido isolamento: era riuscito a frustrare le speranze di Pier Luigi Bersani, sbarrandogli la strada per palazzo Chigi, ma poi non aveva più toccato palla. Che cosa ha dunque motivato lo sblocco sulla Consulta? Come è cambiato lo scenario? Chi ha vinto e chi ha perso? La cronaca, e le prime reazioni dei protagonisti dimostrano che ci sono due mezzi vincitori e un sicuro sconfitto, ma che l’esito conclusivo della partita è rinviato a data da destinarsi: il rebus della legislatura sarà sciolto solo dagli elettori. L’incertezza sul futuro non significa tuttavia che le elezioni per la Corte non abbiano chiarito qualche passaggio. Il presidente del Consiglio, che si trovava da qualche giorno in grosse difficoltà per gli sviluppi dello scandalo delle quattro banche il cui fallimento ha colpito migliaia di piccoli risparmiatori, ha segnato un punto a suo favore risolvendo con decisione una questione istituzionale ingarbugliata che si trascinava da troppo tempo e nella quale il governo e il Pd rischiavano di perdere la faccia. Per farlo ha dovuto scendere a patti con i grillini, ma ciò non vuol dire che i seguaci di Grillo gli faranno sconti sulle altre partite politiche aperte. Il governo resta in bilico. Dunque, mezza vittoria per Matteo Renzi. Mezza vittoria anche per i grillini, che hanno dimostrato di essere indispensabili per risolvere il pasticcio della Corte, imponendo un loro candidato ma soprattutto impedendo l’elezione dell’uomo di Berlusconi; ma per ottenere questo risultato hanno dovuto accettare il candidato del Pd Augusto Barbera (l’unico eletto della terna iniziale) che per loro non era meno digeribile di Francesco Paolo Sisto. Inoltre, anche se lo negano, hanno dovuto partecipare ad una trattativa in piena regola col partito di maggioranza e rinunciare alla salvifica designazione via Web, cardine delle procedure del Movimento. Parte del gruppo parlamentare è in rivolta. Due mezze vittorie, dunque, sulle quali si può discutere, mentre è indubbia la sconfitta di Silvio Berlusconi, escluso dalla partita proprio quando questa si stava per concludere. Che l’esito gli bruci non lo nasconde: addirittura, quando dice che ora Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere (anzi: “Se io fossi il presidente della Repubblica scioglierei il Parlamento…”), dà segnali di squilibrio. Non si rende conto che quanto è successo, se non risolve tutti i problemi di Renzi e forse qualcuno ne apre per i pentastellati incamminati sulla via della responsabilità istituzionale, per lui apre un preoccupante scenario sul quale incombe l’irrilevanza politica. Rotto il patto del Nazareno, che per Berlusconi significava la possibilità di contare ancora qualcosa, si è trovato con un pugno di mosche in mano: ha constatato di non poter intralciare il cammino delle riforme, mentre fino ad un anno fa poteva rivendicarne il merito; si è consegnato mani e piedi alla Lega di Salvini, un partito sempre meno presentabile in Europa e che lo sta trascinando su posizioni estremiste che non gli sono congeniali; infine per la Consulta ha dovuto assistere all’elezione di un candidato – il prof. Giulio Prosperetti – designato dagli odiati centristi della maggioranza, che ora potranno presentarsi agli elettori moderati rivendicando un qualche successo. Insomma, Berlusconi ha di che riflettere. Detto questo, la partita è tutt’altro che conclusa, anche se si può immaginare che quando si arriverà alle ultime battute i giocatori rimasti in campo saranno solo due: Matteo Renzi e i Cinaque stelle, che però al momento devono ancora designare il loro campione.

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