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La politica nell’epoca della paura

di Pellegrino Palmieri

C’è una frase di Antonio Gramsci che sembra scritta per i nostri giorni: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. É una frase che trasforma la realtà confusa in un’immagine nitida. Il vecchio mondo non è ancora scomparso, ma non ha più l’energia per mantenere, in occidente, stabilità, mobilità sociale, una vita migliore per i figli. Le province italiane, come tante altre regioni d’Europa, con i loro capannoni chiusi, i centri storici totalmente snaturati e gli uffici digitalizzati senza più nemmeno un dipendente in carne ed ossa, raccontano questa tragica transizione. Il lavoro cambia e con esso la fisionomia delle città. L’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi cambiando radicalmente il paradigma uomo macchina. Nel frattempo la classe media, quella che ha tenuto insieme l’Europa dei diritti, fa i conti con salari che non crescono a fronte di prezzi che sì, crescono. Il capitalismo è arrivato nel punto più alto della sua parabola, raggiungendo concentrazioni di potere economico che non hanno eguali nella storia dell’umanità. In questo scenario, Donald Trump non è l’anomalia: è il prodotto di una frattura tra economia e politica. Il sintomo, non la causa. Lo stesso vale, in Italia, per Giorgia Meloni: la sua affermazione non nasce grazie a un progetto politico, la costruzione di una prospettiva, ma in una società in crisi che chiede protezione dai rischi imposti dal declino del sistema economico di riferimento. Quando la politica non governa i processi si trova a fare i conti con la paura e la paura richiede interventi immediati: slogan contro progetti; demagogia e consenso a buon mercato contro senso di responsabilità. Già nel 1963, ne La Ricotta, Pier Paolo Pasolini descriveva l’uomo medio come «un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista». Non era una caricatura, era una lettura chiara della società capitalista: la modernità può produrre benessere e insieme coscienze vuote. Oggi l’aumento del costo dei beni primari, la pressione della crisi climatica sull’agricoltura e sui conti economici di paesi fragili come l’Italia, l’insicurezza diffusa rendono il ritratto pasoliniano molto attuale. L’immigrazione non è un fenomeno momentaneo, ma un evento strutturale. L’Europa invecchia, ha bisogno di lavoratori per sostenere sanità e pensioni, ma la politica fatica a dirlo con chiarezza. Governare l’immigrazione significa programmarla, regolarla, integrarla; ostacolarla con slogan o istituendo campi di concentramento nei paesi poveri, come fa il governo italiano, significa decidere di non governare la realtà. I processi epocali non si fermano con un decreto. Si gestiscono con visione e responsabilità. Se il vecchio mondo sta finendo e il nuovo tarda ad arrivare, il punto non è aspettare. È capire dove collocarsi mentre tutto cambia. È decidere se restare spettatori della trasformazione o diventarne autori.

*Radici e Futuro

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