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La politica tra inchieste e intercettazioni

Negli ultimi giorni, varie intercettazioni e inchieste (sulla sanità umbra, sul sottosegretario leghista Siri, sulla presunta tangente all’eurodeputato Pd Gozi, sulla Raggi, ecc. ) hanno drammaticamente riaperto le ferite – mai davvero rimarginate – del rapporto tra giustizia e politica. Una questione che ha segnato la fine della cosiddetta prima repubblica e che i partiti superstiti di quella stagione e quelli sorti successivamente non hanno mai saputo e voluto affrontare organicamente. Di fronte ai pesanti impatti che le vicende giudiziarie hanno avuto sulle istituzioni e sull’elettorato, le forze politiche hanno preferito svicolare. Si sono illuse che alcune marginali innovazioni sarebbero servite a decomprimere la portata esplosiva di inchieste sempre più frequenti. E le hanno apportate spesso controvoglia. Magari per placare momentaneamente una opinione pubblica sempre più arrabbiata e stufa di scandali. Però sempre più spesso si sono ritrovate in difficoltà nello spiegare comportamenti di propri dirigenti o esponenti colti con le mani nel sacco. Non sono neppure riuscite a varare dei criteri condivisi per la selezione e per le dimissioni obbligatorio da cariche pubbliche. Una scelta facile e non casuale. Infatti, l’unico prodotto di una lunga stagione di scandali è stata la sola legge Severino, che prevede la sospensione per amministratori condannati in primo grado. Un mostrum giuridico, metà sanzione e metà precauzione. Peraltro temporanee. La prevalente volontà politica di mantenere le “maglie lasche” alla fine però non ha pagato. Infatti si è ripercossa sull’intero sistema, indebolendone e diminuendone la credibilità. Quel sistema ha oscillato tra punte di giustizialismo (basti pensare alla lunga offensiva del Pd e soci contro Berlusconi anche per aspetti inerenti la sua sola vita privata) e di eccessivo garantismo. Come il tentativo, fatto negli ultimi anni da forze politiche sempre più esauste, di strumentalizzare la presunzione di innocenza. E di convincerci che in mancanza di condanna definitiva nessun politico possa essere costretto all’estromissione dalle liste. O a lasciare la sua poltrona. Così il mondo parlamentare si è arricchito di schiere di rinviati a giudizio. Di condannati in primo grado. Di gente che ha patteggiato condanne e chi più ne ha più ne metta! Con ciò hanno strumentalmente tentato, spesso purtroppo riuscendoci, di far dimenticare il discredito che un politico accusato di gravi delitti arreca a quelle istituzioni che dovrebbe servire, come richiede la Costituzione, “con disciplina e onore”.

L’esplosione del gravissimo caso della sanità umbra in fondo non ha sorpreso nessuno. Non è la prima – e non sarà l’ultima volta – in cui si scopre quanto prepotente e invasiva si sia fatta l’intromissione della politica! E’ stato creato un sistema opaco se non criminogeno. Esso rende difficili i controlli. Stimola connivenze e complicità. Altera i criteri di selezione. E lede l’uguaglianza fra i cittadini. Anche stavolta, la solita minestra. Lamentazioni. Sofferte dimissioni. Fiducia verso la magistratura. E promesse poi mai mantenute di cambiare rotta. E’ invece ora che i partiti si decidano a fare marcia indietro. E lascino piena competenza decisionale a manager e tecnici sanitari. Quanto al sottosegretario leghista Siri, ora indagato, ha già patteggiato una condanna per bancarotta. E “per me uno che patteggia una bancarotta – ha stigmatizzato il Presidente dell’Autorità Anticorruzione Cantone – è colpevole di bancarotta, che è un reato grave”. Eppure l’onnipotente Savonarola Salvini – pronto a tuonare contro tutto e tutti – non ha sentito minimamente, prima, il bisogno di raccomandargli di astenersi dal candidarsi. Nè, dopo, di invitarlo a dimettersi, come ha invece richiesto il premier. A ennesima riprova della doppia verità dei governanti. Pronti a chiudere gli occhi sulle marachelle di casa propria e a stigmatizzare le nefandezze altrui! Non a caso, per sviare l’attenzione mediatica dalla Lega, il suo leader ha attaccato la Raggi. Gioco certamente non nuovo nella politica italiana, ma pericoloso per la stessa tenuta del governo a causa dell’ asprezza fra i partner. Ora divisi perfino sul 25 aprile!

di Erio Matteo

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