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Il Mezzogiorno, nel bene e nel male, per le svolte più annunciate e quasi mai realizzate, diventa baricentrico nell’area del Mediterraneo, con uno sguardo rivolto all’Europa e l’altro al futuro dei Paesi africani.

Lo è non solo in merito a quanto accade nel Medio Oriente, in cui morte e distruzione, dettate da un’assurda pretesa egemonica trumpiana con l’alibi della lotta alla repressione in Iran, ma lo è soprattutto perché il Sud Italia ha una posizione geografica appetibile e di grande rilievo internazionale. Senza questa visione il Mezzogiorno non cresce.

L’occupazione, oggi in aumento anche per i risultati del PNRR, è però sostanzialmente precaria e, soprattutto, non ha futuro se non si adotta una politica infrastrutturale fondata sulla realizzazione di grandi opere, come avvenne, solo in parte, con la Cassa del Mezzogiorno, diventata poi — e successivamente soppressa — un grande elemosiniere per effetto dell’assistenzialismo e per la diffusa realizzazione di opere minori sotto i campanili.

Non penso che l’attuale analisi sulle condizioni del Mezzogiorno, né l’euforia che accompagna le affrettate statistiche che portano talvolta, in modo propagandistico, a dire che “tutto va bene”, siano una vera e credibile risposta ai bisogni dei tanti Sud nei quali, senza una politica unitaria delle Regioni, continueranno a presentarsi sacche di grande povertà, precarietà nel lavoro e ricorso a diverse forme di assistenzialismo.

Oggi, a mio avviso, la grande regione meridionale, dal Molise alla Sardegna, più che continuare ad agire in forma divisa, dovrebbe — anche per sconfiggere i rischi previsti dalla legge sull’autonomia regionale differenziata — cogliere il senso di una nuova rivoluzione meridionale, che solo una classe dirigente illuminata, dotata del desiderio di modificare l’attuale stato delle cose, può realizzare, a partire dalla lotta alla persistente criminalità, che rappresenta una vera palla al piede del pianeta Sud.

Non sono sufficienti, sebbene utili, le attuali misure a tempo che non creano stabilità nel governo del cambiamento, come la ZES (una valutazione potrà farsi solo fra alcuni anni) o il Piano Mattei, che promette una rinascita lontano dal Sud, tradendo il principale obiettivo di fermare l’immigrazione. No, non è così che si persegue il sogno del cambiamento.

E neanche con la teoria delle zone interne, ritenute il grande problema del futuro senza aver definito un progetto credibile. Si dirà: per cambiare ci vogliono tempo e presa di coscienza. Ma allo stato attuale questi elementi non si vedono all’orizzonte, specie se si fa riferimento alle notevoli risorse destinate al Ponte sullo Stretto, che produce un effetto limitato nell’ottica delle grandi infrastrutture di collegamento internazionale.

Diverso è quanto sta avvenendo — ed è un dato di notevole rilevanza — con le infrastrutture dell’Alta Velocità e dell’Alta Capacità, quando saranno completate.

In questo percorso di medio periodo, l’attivazione della nuova tratta Cancello–Frasso Telesino–Dugenta della nuova linea AV/AC Napoli-Bari si conferma come uno dei progetti infrastrutturali più rilevanti per il riequilibrio territoriale tra Nord e Sud Italia.

Desidero concludere queste note con una preoccupazione: riguarda la legalità e la questione morale. La bonifica del territorio dalle imprese del malaffare è questione prioritaria se si vuole che sorga l’alba nuova del Mezzogiorno.

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