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Altro che le amministrative di domenica prossima con i duelli tra PD e cinque stelle che stanno infiammando le ultime ore di campagna elettorale, 40 anni fa una sfida davvero storica segna le elezioni del 20 giugno 1976. Per la prima volta votano i ragazzi di diciotto anni. La Democrazia Cristiana che guida il paese da trent’anni rischia il sorpasso da parte del Partito Comunista. Celebre l’invito di Indro Montanelli agli italiani a turarsi il naso e a votare DC. Un modo esplicito per scongiurare una possibile vittoria dei comunisti. La Democrazia Cristiana guidata da Zaccagnini riesce a scongiurare il pericolo del sorpasso. Il suo partito raccoglie il 38 per cento contro il 34 di Berlinguer. Insieme si dividono oltre il 70 per cento dell’elettorato. L’esito elettorale impone una scelta diversa per la formazione del governo. Democristiani e comunisti comprendono che bisogna ricercare un dialogo per ridisegnare un’altra idea del paese. Nascono così i governi di “solidarietà nazionale”. Gli architetti del progetto sono Moro e Berlinguer. Il Presidente del Consiglio è Giulio Andreotti. L’esecutivo è un monocolore democristiano che annovera per la prima volta una donna tra i ministri, Tina Anselmi al Lavoro. I comunisti insieme alle altre forze laiche non si oppongono ma nemmeno votano la fiducia. La fervida fantasia della prima repubblica conia il termine dei governi della “non sfiducia”. Contemporaneamente e per la prima volta un comunista, Pietro Ingrao, è eletto alla Presidenza della Camera. Una collaborazione necessaria tra DC e PCI che devono governare un paese scosso dalla crisi economica e soprattutto dal terrorismo brigatista. L’intesa tra i due più grandi partiti del paese nasce in realtà prima di quel 1976. Tre anni prima, nel’73, è Berlinguer a scrivere un lungo saggio su Rinascita, “Riflessioni dopo i fatti del Cile”. Il segretario del PCI parte da quello che è accaduto nel paese sudamericano, dove un governo di sinistra democraticamente eletto è rovesciato dalla dittatura militare di Pinochet, per fare un paragone con il nostro paese. Sostiene Berlinguer che sarebbe del tutto illusorio pensare che se i partiti della sinistra in Italia riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti questo fatto garantirebbe la sopravvivenza di un governo. E allora più che ipotizzare una alternativa di sinistra propone una alternativa democratica e cioè la collaborazione tra le forze popolari di ispirazione cattolica e socialista. Un invito raccolto dalla DC di Zaccagnini e Moro. Una formula che dovrebbe rendere meno fragile la nostra democrazia e costruire nel tempo le condizioni per passare da una democrazia bloccata a quella dell’alternanza. Rispetto reciproco senza essere nemici. Berlinguer e Moro affrontano le dure critiche degli avversari interni ma il loro progetto viene abbattuto dai colpi delle Brigate Rosse che uccidono Moro il 9 maggio del ’78 dopo averlo rapito e tenuto prigioniero per 55 giorni. Con Moro viene uccisa un’idea di politica che oggi a quasi quarant’anni di distanza non ha trovato ancora eredi e nuove illuminazioni. Anzi, la battaglia si è spostata dai partiti alle leadership personali. Un salto all’indietro, a quell’Italia dei notabili di inizio secolo. I duelli delle prossime amministrative sono solo l’ultima spia di un paese sempre più nevrotico. Viviamo immersi nella dittatura dell’istante, come la chiama Veltroni. Bisogna subito farsi un’opinione su tutto. I tempi lunghi e la ricerca del dialogo praticata negli anni da Moro e Berlinguer potrebbero invece servire da lezione per Renzi, Grillo e Salvini. Riflettere e ragionare sulla possibilità di cambiare le istituzioni o un comune sapendo, come dice Cacciari, che il potere non è una torta di cui chi vince prende la fetta più grande e chi perde la più piccola.
edito dal Quotidiano del Sud

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