di Virgilio Iandiorio
Le iscrizioni per l’anno 2026-2027 alle scuole secondarie della provincia, ma la cosa riguarda tutte le scuole italiane, hanno un comportamento come quello dei titoli in borsa. “Come sono andate?” domanda più ricorrente; le risposte in genere evasive: “C’è stato un lieve calo”, “Si è rimasti allo stesso livello dell’anno precedente”. Perdite, aumenti, senza variazioni di iscritti nelle scuole, proprio come i titoli in borsa, soggetti ad alti e bassi.
Il titolo, per restare al paragone con la borsa, a destare più preoccupazione è quello del liceo classico, che da tempo perde punti. La buona scuola, poi, sembra che gli abbia dato il colpo di grazia, con quella bella invenzione dell’alternanza scuola lavoro. Se il latino o il greco non servono a produrre lavoro, meglio è sostituirli, ad esempio con l’inglese o con l’informatica o con altre materie d’insegnamento, come si dice comunemente, più “spendibili”.
Non si possono buttare al vento millenni di storia culturale, linguistica, letteraria. Il fatto è che la difesa del latino e del greco è affidata all’avvocato d’ufficio, quello affibbiato nelle cause al povero Cristo che non ha un soldo. E così la difesa delle lingue classiche è stata affidata a luoghi comuni, tanto comuni, da non convincere nessun interlocutore. Si dice: il greco serve per l’etimologia delle parole, se farai il medico; il latino per capire i termini giuridici, se sarai avvocato. Veramente poca cosa.
Nel 1852 Théophile Gautier (1811-1872), autore tra l’altro del romanzo Capitan Fracassa, scrisse la novella Arria Marcella Souvenir di Pompei. Tre giovani francesi visitano le rovine di Pompei. Uno di essi (di nome Ottavio) ha visto la silhouette di una giovane donna rimasta imprigionata nella cenere dell’eruzione che distrusse la città nel 79 d.C. La sera dopo cena, Ottavio si ritrova a passeggiare da solo in una città morta, che però intorno a lui si rianima. Egli parla con una bellissima donna, sulla quale non sembrava che fosse mai passata la cenere del Vesuvio.
Arria Marcella dice ad Ottavio:” Oh! Quando ti sei fermato agli Studi [le sale del Museo Nazionale] a contemplare il residuo di cenere solidificato che conserva la mia forma, e il tuo pensiero si è lanciato ardentemente verso di me, la mia anima l’ha sentito in questo mondo dove io fluttuo invisibile agli occhi grossolani; la fede religiosa fa il dio, e l’amore fa la donna. Non si è veramente morti che quando non si è più amati; il tuo desiderio mi ha reso la vita, la potente evocazione del tuo cuore ha annullato le distanze che ci separano”.
Questo brusco salto indietro di diciannove secoli (la novella fu scritta nel XIX) stupisce anche le menti più prosaiche e meno disposte alla comprensione, pochi passi ci portano dalla vita antica a quella moderna. Così, quando i tre amici girano per le vie di Pompei dove le forme di una esistenza svanita sono conservate intatte, è Ottavio a provare un’impressione tanto strana quanto profonda, che concerne la concezione dell’uomo e le sue modalità di conoscenza.
Si può colloquiare quando si ha qualcosa da discutere. Evidentemente non abbiamo nulla da dire con gli antichi romani, perché non abbiamo nulla da comunicare. E incapaci di trasposizione dell’antico, attribuiamo il nostro vuoto al “cenere muto” di chi è trapassato.
Non è forse un “dialogo” con l’autore dell’Eneide, quando leggiamo della Valle d’ Ansanto? o con Velleio Patercolo quando ci parla dei suoi antenati eclanesi?



