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“Racontare il Mezzogiorno, ricostruire il Sud”, nel tempo della pandemia.
Quanta complessità, e quante semplificazioni nel racconto di un Mezzogiorno precipitato nel baratro, con le sue infinite incertezze, le sue sofferenze, le sue disillusioni, nell’intraprendere un cammino nuovo ed incerto, non ancora chiaro e delineato nell’orizzonte confuso di una storia ancora tutta da dipanarsi.
Si deve ritrovare, in questo passaggio epocale estremamente complicato, il coraggio di tornare a parlare di Meridione in una prospettiva nazionale, nel disegnare oggi l’Italia di domani.
Non se ne esce se non si dá unità a un disegno politico di respiro nazionale. Non ci potrà essere una qualunque ripresa se non verrà sciolto il “nodo” del Mezzogiorno.
L’Italia, oggi, ha bisogno di un nuovo “miracolo economico”, e questa volta è tanto più necessario quanto vitale non per mettere le ali a un Paese atterrato dalla crisi pandemica, ma per non farlo scivolare ancora di piú nel baratro.
Riproporre un racconto del Mezzogiorno, fare una narrazione, ai tempi della pandemia, di quella che oggi è una terra che vive una lacerante fase economica e sociale, non è semplice ma certamente rappresenta una sfida ineludibile per i risvolti che potrebbe svelare, ora nascosti tra le pieghe di un presente critico, difficile, per non dire drammatico.
La crisi si sta rivelando violentemente “invasiva”, non sta risparmiando nessuno, e sta cambiando letteralmente le esistenze, lo stesso modus vivendi delle persone, “desertificando” il tessuto produttivo ma anche le coscienze di chi soprattutto già viveva un disagio sociale diffuso.
C’é da dire che la crisi abita da sempre la storia del Mezzogiorno, in questa condizione il Sud ha generato gli anticorpi che si manifestano attaverso il suo carattere resiliente.
Ma inutile nascondere che le tensioni sociali che ne stanno seguendo hanno determinato, all’interno della società meridionale, una totale sfiducia nella politica, colpevole di aver inaridito, nel tempo, qualsiasi visione di futuro.
A Sud, ad ogni modo, c’è chi ancora prova con caparbietà a parlare di rinascita, di ambiente, di rilancio del territorio, di rinnovamento della classe dirigente.
E se c’è chi colpevolmente ha fatto disamorare i suoi abitanti, c’è ancora chi continua a parlare a questa terra, c’è ancora chi difende questo Sud. Chi coltiva, oggi piú che mai, il sogno di riappropriarsi delle piazze, delle chiese, delle comunità, delle campagne.
Perché questo appare il nodo fondamentale: riappropriarsi del proprio futuro, riscrivere il proprio destino.
Ora piú che mai é necessario proporre un progetto di“ri-costruzione” della “comunità”.
Un mondo sta per finire, “la fine del mondo” che abbiamo conosciuto fino ad oggi, che ha soprattutto nella crisi di una globalizzazione malata la manifestazione della fine di un’epoca.
Oggi, piú di ieri, c’è bisogno di una classe dirigente che abbia a cuore questo Sud ora dilaniato, lacerato in profondità, e non di una “classe digerente”, concetto tanto caro a Sciascia quanto a La Capria. Per dare nuova luce a questa terra al tramonto, un “tramonto a Mezzogiorno”, un ossimoro impossibile, per dare un nuovo respiro di vita a questo Sud in balia della tempesta.

di  Emilio  De Lorenzo

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