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La solitudine dei numeri primi del Pd

Perché continuare a scrivere del PD, magari ribadendo analisi e concetti più volte già detti? Essenzialmente perché, a giudizio unanime, il PD è un fattore, forse il più importante, della stabilità e la tenuta del nostro sistema democratico. Malgrado la crisi, che appare irreversibile, costituisce una garanzia per la democrazia parlamentare che si regge ancora, e speriamo non per poco, sui valori fondanti della Costituzione, minacciata dai nazionalismi, sovranismi e populismi, che sono arrivati al potere e non fanno mistero di voler instaurare nel nostro Paese forme di democrazia limitata e populista confondendo la volontà popolare (che secondo la Costituzione è rappresentata, in Parlamento dagli eletti del popolo che, nell’espressione del voto, non hanno vincolo di mandato) con il popolo del Web che si esprime attraverso i social e hanno una lettura limitata e semplicistica di fenomeni nuovi e complessi come la globalizzazione, la tecnologia, l’immigrazione. Il recupero di un Pd, forte ed autorevole, seppur all’opposizione, costituisce dunque un pilastro indispensabile per la nostra democrazia. Il suo tracollo elettorale, indice di una crisi permanente e gravissima, pertanto preoccupa, e non poco, il mondo sano dell’economi, della cultura, dell’informazione, della Chiesa e delle professioni che hanno a cuore la democrazia nel nostro Paese. Il PD, in questi ultimi anni, ha finito per perdere quasi tutto il suo elettorato tradizionale (nell’ultimo ballottaggio amministrativo hanno perduto feudi storici come Imola, Pisa e Terni) è finito all’opposizione, dove non è abituato a stare, non ci sa stare e non la sa fare. La solitudine dei numeri primi, cioè, dei capi storici che diedero luogo al più ambizioso progetto politico che fu il PD: dai Prodi ai Veltroni, ai Bersani, ai Cuperlo, ai Rutelli ai Franceschini alla Bindi, ai Letta – solo per citarne alcuni- o sono usciti dall’agone politico o sono stati ridotti al silenzio e ridimensionati dalla truppa dei Renziani emergenti e rottamatori. Vivono la loro solitudine con crescente imbarazzo sopraffatti dagli ultimi e dai penultimi di una classe dirigente, una volta, colta e capace, balzata, suo malgrado immeritatamente ai primi posti della fila. Come la vivono coloro che sono cresciuti nel verbo comunisti da intere generazioni tra piadine. Salsicce e lambrusco delle feste dell’Unità e le sezioni dove si insegnava Marx e Gramsci. Fa molta tristezza ascoltare il capogruppo dei senatori Marcucci:” Il PD continua a perdere anche senza Renzi” o il Presidente del Partito, Orfini che dà la colpa a Minniti, per la sconfitta di Imola. Purtroppo Renzi continua ad essere il padrone del partito e l’onda della sua disastrosa gestione appare lunga, e la traversata nel deserto difficile e problematica. La minoranza interna sembra disorientata, divisa, senza idee e senza mordente a cominciare dal debole Orlando, dall’inconsistente Martina, dal latitante Emiliano dall’indeciso Cuperlo e dal timido Fassino, dall’insicuro Franceschini ed dai troppi silenzi dei numerosi altri che non riescono a scuotersi dall’ombrello renziano. Le analisi, timide e parziali – che in molti elettori della base e della periferia- appaiono chiare e inequivocabili, vengono affrontate con calma, lentezza e supponenza. Eppure le cause delle continue sconfitte sono sotto gli occhi di tutti. Il Pd ha perso il contatto con il suo popolo, ha tralasciato i valori costituenti: il lavoro, le garanzie ed i diritti dei lavoratori, (dal pacchetto Treu si è arrivati al Jobs Act!), ha praticato una dissennata politica delle privatizzazioni, non avendone una industriale: perdendo i maggiori gioielli dell’industria italiana (da ultimo l’Italsider di Taranto); non ha saputo leggere le paure degli italiani (come ha fatto Salvini) demonizzandole; ha trascurato le periferie, magnificando l’opera del governo e il concetto che si era usciti dalla crisi, senza mai chiedersi perché perfino le regioni rosse votassero 5 stelle e gli operai delle acciaierie di Terni la Lega. Il sindaco di Bologna, Merola, dice che bisogna ripartire dal territorio e fare in fretta ed invoca subito il congresso: prima il progetto, le idee e poi gli uomini che devono realizzarle. Il neo acquisto, l’ex Ministro Calenda, lancia il Manifesto del “Fronte repubblicano” con l’obbiettivo di coinvolgere il mondo della cultura, dell’economia, del terzo settore, delle professioni sulle parole d’ordine: sicurezza, protezione, trasformazione, ’interesse nazionale e conoscenza, magari rifondando il partito e dandogli un nuovo volto ed un nuovo nome. Il Governatore Zingaretti si dice pronto a scendere in campo. Il resto tace. E’ troppo poco! Nella prima decade di luglio ci sarà una nuova Assemblea del Partito. Comincerà la riscossa?

 

di Nino Lanzetta edito dal Quotidiano del Sud

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