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La varietà umana, nel romanzo di Guarino il mistero dell’essere

di Fausto Baldassarre

Nicola Guarino  offre nel suo romanzo “La varietà umana”  una visione del mondo e della vita in una prosa che spesso assume veste lirica. L’uso di un “napoletano di strada si spiega con l’intento di restituire le atmosfere e le voci dei vicoli. Il dialetto non ha funzione ornamentale ma è espressione di un mondo vitale. A tal proposito il nostro scrive: “il napoletano è una lingua bellissima è piena di sottintesi, La parola si accompagna con lo sguardo, con la mossa di una mano e allora non c’è altro da aggiungere”. Un’opera aperta che si nutre dei vari linguaggi e coniuga estetica ed etica. Significativa è la critica al processo di trasformazione ed alterazione del paesaggio della edilizia selvaggia che esalta il brutto. Forte è la denuncia della speculazione che tocca anche lo sfruttamento economico dei neri.
Fra le varie tematiche, la solitudine che cade nel silenzio, silenzio percepito come “qualcosa del fuori del soggetto”. La solitudine è vissuta come “la vera conquista, vera meta scoperta. Isola del mio tesoro, è quell’isola che va difesa”. Coinvolgente è il dialogo tra il figlio Saverio credente cristiano e il padre Raimondo che nega il suo atto di fede verso la morte. Fondamentale è l’incontro. Infatti, la vita è piena di incontri, che riempiono le narrazioni. L’incontro accade, è imprevedibile, non è programmato: è tutto nella interiorità. L’incontro è dono reciproco non solo mero contatto visivo, non solo mera conversazione dove si versano parole, ma riconoscimento dove l’altro è soggetto non oggetto. Nel romanzo l’incontro autentico si colloca nel tempo come “kairos”, tempo qualitativo dove passato presente e futuro si possono raccogliere nella decisione in modo da consentire il riappropriarsi di se stessi e della propria autonomia. Non è questo tempo cronologico quantitativo fatto di ore di giorni del calendario. Non è neanche il tempo della grazia inteso dal cristianesimo. Il protagonista vive in un movimento circolare. Come un Ulisse non epico ma quotidiano giunge nell’isola dei Caraibi e alla fine vi ritorna. Ma questo personaggio centrale nell’opera è segnato dall’esperienza del Covid 19, è nel tempo “repentino” ,che è un cascare dalle nuvole, un verificarsi del rapido, dell’inatteso, dell’improvviso, di uno spezzarsi dell’abitudinario. È la morte di Marisella amata da Raimondo che nel vuoto apre alla ricerca del senso della vita. Un tempo diverso da quello del colera del 1973 a Napoli: epidemia senza mascherina. Tempo senza la retorica di “uscire dal tunnel”, con l’odore della creolina nei vicoli.

Ma ritorniamo al tema dominante: la Memoria non come deposito, magazzino ma con il suo carattere creativo ,la sua colorazione delle emozioni. È un ricordare un riportare al cuore, un rammentare con la mente, un rimembrare un mettere in moto tutto l organismo per far essere il vissuto. Il vero tempo è quello della durata bergsoniana: tempo che dura qualitativo. Il Passato, per dirla con Benjamin ” lampeggia” e appare nella forma del frammento. Il Passato diventa persona. Basti pensare che anche nella cultura popolare il tempo viene definito Galantuomo. Il nostro autore insiste nel presentare questo strano personaggio come notaio ma in realtà è più un Revisore dei conti vestito di nero, colore che rinvia non tanto al buio che è fisico quanto all’oscurità misteriosa. Infatti, il Mistero ha il suo spazio nel tessuto del romanzo ed è presente nelle varie figure fenomenologiche.

Diana è la borghese nobile di Posillipo che col suo nome incarna il destino di abile tiratrice con l’arco capace con un sol colpo di ferire d’amore il suo giovane. In antitesi alla donna borghese, Elisa che abitava nella malfamata Forcella, che appariva e scompariva nei vicoli, Teresa la prima moglie del protagonista, rappresenta l’errore, il fallimento. Marisella morta ma sempre viva è simbolo dell’amore filiale. Virginia insegna il nuovo sguardo sulla realtà: il turista si ferma all’apparire, non sa afferrare il vero. Toni, il compagno di Emilia è la figura esemplare della irresponsabilità con la sua fuga notturna e l’abbandono della piccola figlia. Arianna è un altro personaggio del destino che col suo filo segnala il percorso amoroso nascosto.
Ma oltre queste figure l’oggetto di meditazione è la vita. Si afferma il valore del gioco nell’esistenza umana. Il personaggio Raimondo sostiene:” se nella vita non c’è il gioco invecchiamo e moriamo”. Nicola Guarino fa rivivere l’aforisma di Eraclito:”il tempo è un fanciullo che gioca muovendo i pezzi sulla scacchiera di un fanciullo è il regno”. che quello di Nietzsche: “nell’uomo vero è nascosto un bambino che vuol giocare”. Il gioco è caratteristica della vita umana e animale presenta una natura irrazionale, ha in sé il gratuito, la ripetizione. Quando si gioca accade che non c’è altro pensiero se non il giocare. Meditazione sulla vita dunque ma con lo sguardo dell’autore rivolto verso l’alto. A tal proposito significativa è anche la figura magica della strega e la riflessione sulle stelle: “non si vedono? E quelle si sono ritirate, non hanno più nulla da vedere. Ci illudiamo che siamo noi a rimirarle ma quelle sono loro che si godono lo spettacolo della varietà umana”.
Il conclusione il tentativo dello scrittore nativo di Avellino è quello di scendere nella profondità dell’anima ed afferrare il mistero dell’essere in sintonia con una visione della letteratura intesa da un altro irpino De Sanctis centrata sulla persona. Nicola Guarino come la Zambrano è consapevole che “la nostra anima è attraversata da sentimenti di secoli e che le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce”.

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