Un viaggio nella memoria collettiva nato dal ritrovamento del Registro degli internati tra le carte dell’Archivio Comunale. E’ l’idea da cui nasce il volume “Gli internati liberi di Forino. Internamento civile e persecuzione razziale nell’Italia fascista (1940-1943)” di Paolo D’Amato che ricostruisce il ruolo di Forino nella storia dell’internamento civile e della persecuzione razziale nell’Italia fascista tra il 1940 e il 1943. Ad emergere le vicende degli uomini invisi al regime o sottoposti a vigilanza internati a Forino, dagli ebrei germanici ad internati politici e persone di cittadinanza straniera. E’ lo stesso autore a spiegare come la ricerca si sia arricchita negli anni di sempre nuovi tasselli. Dalla pubblicazione sulle pagine virtuali di salutidaforino.it all’interesse mostrato dalla prof.ssa Anna Pizzuti, autrice di un ricco e prezioso database sul fenomeno dell’internamento degli ebrei stranieri. Quindi la scelta di riunire le notizie raccolte in un opuscolo, presentato in occasione della Giornata della memoria del 2024 e l’invito a partecipare a un confronto promosso dall’Anpi Forino Contrada “Michele Giardino Umberto Romito”. Un volume che, come chiarisce l’autore, non rappresenta un’opera conclusa ma uno spazio di ricerca sempre pronto ad ampliarsi con il contributo di nuovi studi. “E’ doveroso -spiega Rosalia Spolverino, nelle pagine introduttive del volume – continuare a ricordare e incastonare la storia degli Internati forinesi in una storia tristemente più grande” per ribadire il valore di chi “riporta alla memoria un solo sopravvissuto, evocandolo con foto e ricerche, facendoci ritrovare e talvolta riscoprire l’unicità dell’essere umano, capace di riscattarsi con la potenza del ricordo e della memoria”.
Ed è lo stesso D’Amato a spiegare come ricordare sia oggi sempre più necessario, “Il Giorno della memoria è un impegno collettivo che chiede attenzione quotidiana, non solo una commemorazione annuale”. Un itinerario che sceglie di partire dall’analisi delle forme attraverso cui il regime fascista cercava di soffocare l’opposizione, a partire dall’internamento libero che obbligava gli stranieri a risiedere in un determinato comune, con libertà di movimento limitata al territorio comunale. Gli internati venivano destinati ai vari campi, secondo il livello di pericolosità, “nelle isole gli elementi ritenuti più pericolosi, nei campi di terraferma quelli di media pericolosità, nelle località di internamento tutti gli altri”. Gli internati liberi potevano muoversi entro i confini comunali ma avevano l’obbligo di presentarsi due volte al giorno ai Carabinieri, non potevano intrattenere rapporti con la popolazione locale, se non per necessità, né possedere apparecchi radio o leggere stampa straniera. SE è vero che esistevano tre campi di internamento per civili ad Ariano, Monteforte e Solofra, dalle autorità era arrivata richiesta ai Comuni di accogliere altri eventuali internati, malgrado le resistenze delle comunità, a causa dei sospetti nei confronti degli stranieri, della carenza di cibo e della necessità da parte delle amministrazioni comunali di anticipare i sussidi governativi. I primi internati giunsero nel territorio nel 1940, dopo l’entrata in guerra dell’Italia e l’apertura del campo nel giugno di quell’anno. Tra le ipotesi di D’Amato, quella che ad accogliere gli internati fosse la Casa dell’Ente Comunale di Assistenza, appena fuori dal paese in via Annunziata o abitazioni private prese in affitto. La conferma arriverebbe da una cartolina scritta da Ema Kronenberg Heimann al Podestà di Lauro, in cui la donna chiedeva aiuto per l’allacciamento della corrente elettrica nella sua abitazione. Un documento che consente di comprendere come gli internati fossero costretti a confrontarsi non solo con le restrizioni imposte dal regime ma con i problemi pratici della vita quotidiana.
Tra le donne che furono internate a Forino anche Ada, moglie di Ernesto Rossi, antifascista, protagonista della Fondazione del Movimento Federalista Europeo, considerata tra le madri dell’Europa, inviata a Forino nel dicembre 1942. Ada partecipò alla lotta antifascista come elemento di collegamento tra i gruppi di militanti e questo le consentì di non essere coinvolta nel processo che vide il marito condannato al carcere e a quattro anni di confino nell’isola di Ventotene. Sposò Ernesto quando già scontava la pena detentiva e, dopo aver perso il lavoro a scuola, dovette mantenersi impartendo lezioni private. Sorvegliata costantemente, fu inviata al confino dapprima a Forino nel 1942, nel marzo del 1943 a Melfi e a metà luglio a Maratea. Ad accoglierla sarebbe stata la Congrega di Carità di Palazzo Rossi. Ad emergere dalle sue lettere la dignità, la determinazione e la volontà di mantenere una rete di solidarietà per un’idea di Europa libera. Ernesto manifesta più volte la propria preoccupazione per le condizioni di vita di Ada in quel territorio, ignorando come il paese fosse più avanti di altri territori sul piano del decoro e del diritto all’istruzione, augurandosi che possa lasciarlo quanto prima. “Forino – scrive Ernesto – quasi Torino. Torino è una piccola Parigi, quindi Forino sarà quasi una piccola Parigi. Ma dall’annuario risulta che Forino, paese, ha 2787 abitanti, sicchè facilmente nella piazza maggiore ci saranno ancora le buche dove, nei bei tempi, andavano a rivoltarsi i maiali. Il primo pensiero è stato quello di farti fare domanda per venire a raggiungermi a Ventotene”. “Sono stata mandata a Forino perchè è facile trovare delle lezioni” – scrive Ada Rossi.
A delinearsi tra le pagine figure come quella di Ruth Egerton, cittadina inglese, in prima linea nella promozione della cultura letteraria italiana presso il pubblico anglosassone, colpita dalle misure di internamento in quanto “suddita appartenente a stati nemici” o Olga de Goguine, apolide russa, ma rifugiatasi con la famiglia ad Addis Abeba, dove il padre era medico, pittrice e studiosa della storia del paese, descritta dai servizi speciali italiani come “agente segreto del governo etiope, immorale e predatrice, simpatizzante della Francia” . Il padre era stato espulso dalla colonia italiana in Etiopia per attività contro il regime e lei stessa aveva pubblicato su Italia d’Oltremare articoli sulle condizioni sanitarie dell’Etiopia. O ancora famiglie di ebrei germanici come i Prager. Werner Prager era un libraio antiquario berlinese, trasferitosi in Italia per sfuggire al nazismo. Dopo essere stato arrestato e internato nel comune di Avellino nel 1940, era giunto poi a Forino e Altavilla, sarà salvato dall’intervento di Raffaele Mattioli e di Majnoni, trovando impiego in Vaticano. A darne notizia, chiarisce D’Amato, non è il registro degli internati forinesi ma un documento relativo a una richiesta di cittadinanza da parte di Prager. La sua storia ci consegna un esempio di internamento civile in cui decisive per il salvataggio risulteranno le reti culturali e personali.
Interessante anche la vicenda di Egon Dewidels, ebreo tedesco, ingegnere meccanico e agronomo, vissuto a lungo a Vienna. La sua storia, attestata da un fascicolo del Landesarchiv Berlin, consente di comprendere i provvedimenti fiscali imposti agli ebrei, dalla tassa patrimoniale che colpiva i beni degli ebrei alla tassa sull’espatrio, fino al sequestro dei conti e alla sottrazione di somme da parte della Deutsche Arbeitsfront. Un registro di rimpatrio “Terezin Ghetto 1945” pubblicato a Patria nel 1945 documenta, inoltre, la sua presenza a Dachau, dove sarebbe arrivato prima di giungere a Forino. Giunto a Genova nel 1940, fu internato ad Agnone (Cb), poi nel campo di Alberobello (Ba) e successivamente a Campagna (Sa). Dal primo novembre 1941 si trovò a Forino, dove rimase fino al maggio del 1942, beneficiando di un sussidio. Durante il soggiorno forinese fu vittima di un episodio che si fa ulteriore tassello per ricostruire la vita quotidiana degli internati, caratterizzata da una condizione di freddo e disagio che spingeva gli internati a soluzioni improvvisate per riscaldarsi. Egon aveva, infatti, l’abitudine di riscaldare il letto con mattoni roventi ma il surriscaldamento provocò l’incendio della stanza. L’alloggio fu invaso dal fumo e i vicini dovettero intervenire per spegnere le fiamme. Durante l’internamento a Forino, cercò, inoltre, di valorizzare le proprie competenze di agricoltore, a conferma della volontà di uscire dall’inerzia dell’internamento. O ancora Calogero Geraci, esercente di una pasticceria, luogo di ritrovo degli antifascisti siciliani, da tempo vigilato, accusato nel settembre del 1940 di essersi pubblicamente “compiaciuto dell’avvenuto bombardamento di Torino che, a suo dire, non sarebbe stato né l’ultimo, né il più grave”. O Vera Hontung, di nazionalità inglese, probabilmente trasferita dopo poche settimane a Pollenza (Mc), dopo un’ispezione del Ministero, a causa di una condotta ritenuta riprovevole, solo una delle tante donne straniere, considerate sospette dal regime e perciò punite con l’internamento. Tra gli altri anche i Wasservoegel, Marcel, Clara e la figlia Dorrit, provenienti da Ferramonti e arrivati a Font Ontario, parte di quell’unico gruppo di rifugiati accolti negli Usa, grazie a un’operazione eccezionale. O Renato Ogier, cittadino francese, confinato a Nusco, dove aveva conosciuto e sposato Violetta Bocchino, per poi approdare a Forino dove rimase pochi mesi per fare poi ritorno a Nusco, una storia ricostruita dallo studioso Gianni Marino
Preziosi anche i rapporti della Prefettura di Avellino relativi ad alcune ispezioni come quella del 16 settembre 1941 che evidenzia le tensioni sociali tra le internate, pettegolezzi e denunce reciproche ma anche la prassi amministrativa dell’epoca che giudicava come “pessima condotta morale” comportamenti femminili non conformi alle norme sociali. In questo modo il regime utilizzava categorie morali per giustificare trasferimenti e misure disciplinari. “Per questa gelosia, al fine di comprometterla, sarebbe ricorsa a un trucco, quello di far trovare in camera un uomo e farla sorprendere dal Maresciallo dei Carabinieri”.
Ad arricchire il volume anche le pagine dedicate ad alcuni luoghi che hanno segnato questa pagina della storia di Forino, da Palazzo Rossi alla Casa dell’Eca e uno studio dedicato alla difficile realtà che visse il Comune all’indomani dell’armistizio con l’occupazione di Villa Caracciolo dalla parte delle truppe alleate, l’installazione batterie di cannoni lungo la strada delle Breccelle, il rastrellamento di giovani destinati ai campi di lavoro o il saccheggio di abitazioni private e le bombe dei bombardieri alleati che colpirono per errore la frazione di Casaldicreta. I tedeschi tentarono di trascinare i cannoni sulla collina del santuario di San Nicola ma i mezzi si fermarono, incapaci di salire, quello che fu interpretato come un segno divino, un miracolo del santo. Le truppe angloamericane entrarono a Forino il 3 ottobre del 1943 mentre i tedeschi lasciavano il paese e Forino diventava crocevia di transito di truppe, contrabbando e mercato nero. Ad essere prelevati dai tedeschi, dopo l’8 settembre, furono anche alcuni internati di origine israelita, destinandoli a luoghi rimasti ignoti, sorte che probabilmente toccò a Ivonne Bernard. E se alcuni di loro lasciarono immediatamente Forino, altri vi rimasero fino alla fine della guerra, spesso a causa dell’impossibilità di raggiungere i luoghi di origine.
La presentazione si terrà mercoledì 5 agosto alle ore 20.30 nella suggestiva cornice di Palazzo Caracciolo di Forino. L’iniziativa è promossa dal Comune di Forino, dall’associazione ProCastello APS, dal circolo culturale LaAV – Forino e da Terebinto Edizioni. Ad aprire l’incontro saranno i saluti istituzionali del sindaco di Forino, Antonio Olivieri, di Ettore Barra di Terebinto Edizioni, e di Luigi Bruno della ProCastello APS. Seguiranno gli interventi di Gabriele Perrotti e del direttore del Corriere Gianni Festa, mentre a moderare il dibattito sarà Rosalia Spolverino.


