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Sono bastati pochi giorni, meno di una settimana, dopo la “storica” decisione dei Cinque Stelle di aprire la strada all’alleanza con il Pd nelle amministrazioni locali e regionali, per mostrare l’inconsistenza della “nuova era” preconizzata da Luigi Di Maio e l’intrinseca debolezza del governo di Giuseppe Conte che di quell’accordo sarebbe l’antesignano. A rompere (inconsapevolmente?) il fronte unitario costruito con i click degli iscritti sulla piattaforma Rousseau è stato per primo il presidente del Consiglio, tenuto fuori dall’intesa Di Maio-Zingaretti, e vittima designata del tandem giallorosa. Lo ha fatto con una lunga intervista rilasciata al giornale-ventriloquo del governo, diretto da Marco Travaglio, dove ha parlato di “appuntamento storico” per l‘Italia, intestandosi la guida di una nuova stagione politica basata sul successo dell’alleanza nelle regionali del 20 settembre (“Occasione da non sprecare”) e cementata dai finanziamenti europei per la ripresa industriale italiana post-Covid, “la più grande opportunità per le nuove generazioni dal secondo dopoguerra in poi”. Nella visione di Giuseppe Conte, insomma, l’abbraccio Cinque Stelle-Partito democratico, da tutti interpretata come l’inizio del declino di un leader nato quasi per caso in un momento di emergenza per mettere in un angolo Salvini e le destre, avrebbe invece perpetuato il suo potere rafforzandolo ora che la situazione si avvia verso una normalità nutrita generosamente da Bruxelles e Francoforte. Già molti nel Pd avevano storto il naso all’annuncio dell’apertura dei grillini e della disponibilità del segretario piddino ad un dialogo che facesse immediatamente piazza pulita delle polemiche aspre e spesso calunniose del passato. Lorenzo Guerini, per dire, ministro della Difesa e leader di “Base riformista”, la corrente degli ex renziani rimasti nel Pd, aveva messo i puntini sulle “i” sottolineando il permanere di “profonde e radicali differenze politico-culturali che esistono tra noi e i Cinquestelle, che rimangono tutte e che danno un carattere tattico alla nostra alleanza, molto distante da quella rappresentazione di un’alleanza prospetticamente stabile perché genetica e culturale”. Ne erano seguiti molti mugugni sull’assenza di un serio dibattito nel partito e sulla solitaria corsa del segretario verso un accordo che sa di resa; ma questo è nulla se paragonato con la levata di scudi del campo grillino, dove i territori, cioè gli eletti in parlamento e nelle regioni si sono apertamente ribellati alla decisione presa da una minoranza di iscritti decretando un secco altolà ad accordi locali in vista dell’appuntamento del 20 settembre. Dunque, come ha precisato indispettito il reggente Vito Crimi, ognuno correrà per proprio conto in Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia: l’unica realtà nella quale i due partiti hanno indicato un candidato comune, la Liguria, vedrà probabilmente la conferma del governatore uscente di centrodestra, mentre Puglia e Marche, oggi guidate dalla sinistra, potrebbero passare di mano grazie alla dispersione di voti nel campo progressista. Un bel capolavoro, tanto più che al palese fallimento della strategia unitaria elaborata da Zingaretti e imposta da Beppe Grillo ai suoi, fa da contraltare il patto “anti-inciucio” nel frattempo siglato dai tre leader della coalizione di centrodestra, fortemente voluto da Giorgia Meloni, accettato da Salvini e mal digerito da Berlusconi, che vincola Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia “in questa e nella futura legislatura” a non dar corso ad accordi di governo con altre forze politiche. Naturalmente anche questo documento potrebbe alla prova dei fatti rivelarsi scritto sull’acqua, ma per il momento, ad un mese dalle elezioni regionali il panorama presenta un centrodestra tonico e compatto e un centrosinistra diviso e litigioso. Non un buon viatico per Zingaretti e Di Maio e neppure per Giuseppe Conte.

di Guido Bossa

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