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L’Anpi ricorda gli Internati Militari Italiani, Limongiello: parte attiva della Resistenza. De Prospo: nessuna gratitudine per mio padre Mario

Restituire agli Internati Militari Italiani il ruolo centrale svolto nella Resistenza Italiana. E’ il senso dell’incontro promosso dall’Anpi, presso il Circolo della Stampa, in occasione della Giornata della Memoria, introdotto dalla proiezione del corto di Annarita Cocca “Scioà” ispirato alla vera storia dell’Imi Mario De Prospo, originario di Savignano, realizzato dagli studenti dell. E’ il presidente provinciale Anpi Giovanni Capobianco a ricostruire le terribili condizioni in cui vivevano gli Imi nei lager, uno status, quello di Internati, formulato dai tedeschi per escluderli dalle tutele della Convenzione di Ginevra “Furono oltre 650.000 i soldati italiani che, all’indomani dell’armistizio del ’43, rifiutarono di combattere al fianco dei tedeschi, a sostegno della Repubblica di Salò, pur sapendo che questa scelta li avrebbe condannati alla prigionia nei campi, costretti a patire la fame, a lavorare anche dieci ore al giorno in fabbriche che producevano armi, al freddo, senza il rispetto delle più elementari condizioni igieniche. Il loro contributo fu importantissimo perchè sottrassero all’esercito soldati, indebolendo le forze tedesche”. E’ Mimmo LImongiello, vicepresidente provinciale Anpi, a porre l’accento sui nodi irrisolti che ancora oggi accompagnano la vicenda degli Imi, a lungo dimenticati dalla storiografia italiana o per troppo tempo esclusi dalla narrazione della Resistenza “Sarà un volume prezioso di Alessandro Natta a ricordare l’esistenza di un’altra forma di resistenza, non necessariamente armata, poichè non solo non andarono ad ingrossare le file dei nemici ma portarono avanti una vera forma di disobbedienza civile, la loro fu una scelta precisa di non violenza, che si affiancò a numerosi tentativi di boicottare le linee elettriche avversarie. Persino, quando tornarono in patria, furono ignorati o etichettati come traditori”. Limongiello non nasconde le difficoltà di interpretazione storiografica che esistono ancora oggi. “Lo dimostra la proposta da parte del Centrodestra di una giornata dedicata agli Internati Militari, approvata da una legge del 13 gennaio 2025, che finisce solo con il confondere le acque, mortificando il loro sacrificio, quasi a sottolineare che gli Imi non sono stati parte attiva della Resistenza ma semplici patrioti, come a dire che scelsero di non combattere solo perchè non volevano entrare in conflitto con i loro compatrioti. Da parte sua, l’Anpi ha scelto di ignorare questa giornata perchè non rende giustizia al sacrificio degli Imi mentre chiediamo l’istituzione di una Giornata dedicata alle vittime del colonialismo fascista. E’ evidente che gli Imi che rifiutarono di unirsi alla Repubblica di Salò lo fecero perchè avevano maturato una coscienza politica, delusi da un governo che li aveva mandati a morire al fronte”. Ricorda come “La memoria non può essere qualcosa di fermo, non può ridursi a celebrazione liturgica, diventa, piuttosto, l’occasione per riflettere sulla nostra epoca, per interrogarci su un tempo in cui assistiamo ad un escalation di violenza sul piano internazionale”.

Tocca, quindi, a Peppino De Prospo, figlio di Mario, rievocare le memorie affidategli dal padre “La prigionia lo ha segnato per tutta la vita, mio padre non smetteva di raccontare la sua esperienza nel lager tedesco e ha conservato fino alla fede una forte fede antifascista. Del resto, il nonno era un vecchio socialista, tanto da aver chiamato il figlio Mario Giacomo come Matteotti ed essere costretto a scappare negli Usa, dove partecipare alla prima guerra mondiale, per poi tornare in Italia dopo 4 anni e cambiare nome al figlio. Mio padre aveva 18 anni quando, con il suo reggimento fanteria di stanza a Vercelli, fu fatto prigioniero e trasportato in Sassonia su un vagone per il bestiamo di 80 persone, in cui non avevano né acqua, né cibo con un viaggio interminabile. Quando gli fu chiesto di andare a combattere in Italia per la Repubblica di Salò mio padre non ebbe dubbi e rifiutò. Fu mandato in un campo di lavoro, gestito da donne e fu grazie ad alcune di loro che riuscì a scappare. Lo avevano preso in simpatia perchè sapeva suonare il mandolino e altri strumenti”. Ricorda come “mio padre raccontava spesso di come i soldati settentrionali ricevessero numerosi pacchi contenenti beni alimentari dalle famiglie ma non li condividessero mai con i giovani meridionali. Altro episodio sgradevole capitò quando  giunse in Italia, era arrivato a Maddaloni quando cercarono di rapinarlo”. La sua principale amarezza, prosegue Peppino, fu ritornare a casa e scoprire che “quelli che erano fascisti improvvisamente si erano riabilitati nelle fila della Dc, senza alcun riguardo per il sacrificio di questi soldati che non avevano diritto neppure a una pensione. Non era facile da accettare per chi aveva rischiato di morire in quei campi”. Ricorda, poi, come “di fronte a lui abitava Padre Romualdo Formato, che era stato cappellano della divisione Aqui di Cefalonia, quando si vedevano non la smettevano di parlare della guerra, accomunati dal desiderio di far conoscere gli orrori compiuti dai tedeschi”.

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