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L’autunno difficile del premier

 

Settimane difficili attendono il premier. Dopo ben due anni e mezzo di governo del cambiamento, poco è cambiato. Il Paese combatte ancora con lo "zero, virgola". E, data l’assenza di crescita, ci sarà bisogno di una manovra economica più pesante. Su questa condizione non facile, incombe il referendum confermativo della riforma costituzionale. Di cui non c’era davvero bisogno, perchè divide ulteriormente gli italiani. Aveva fatto diffondere, dalla potente struttura di disinformatja di Palazzo Chigi, una serie di grossolane slide in cui si registravano tutti i trionfi conseguiti. L’Italia aveva svoltato, forse per la duecentesima volta! Peccato però che quella "narrazione" avesse poca attinenza con la realtà. Lo ha certificato puntualmente l’Istat. Crescita zero dell’economia nel secondo trimestre. Frena l’industria. In calo gli occupati. Consumi delle famiglie fermi, nonostante le ingentissime risorse (6,6 miliardi di euro, cioè – attenzione! – quasi tredicimila miliardi delle vecchie lire!) dispersi a pioggia con l’operazione 80 euro dati come bonus ai lavoratori dipendenti a basso reddito. Un ottavo dei quali se lo è visto chiedere indietro, per giunta in una sola soluzione! Nessuna restituzione in vista invece per i ricchi, a favore dei quali è stata abolita – come per tutti – l’Imu sulla prima casa. Alla faccia della giustizia redistributiva!
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Il premier, al netto delle chiacchiere, è stato finora del tutto incapace di attuare una politica economica capace di sostenere davvero la crescita e l’occupazione. Ha mostrato di preferire la distribuzione a pioggia di sussidi che gli hanno giovato elettoralmente, ma non hanno dato alcun esito utile per la collettività . D’altra parte, non intende realizzare una adeguata spendig revue (come ha sottolineato l’ex commissario Perotti!) nè una vera stretta sull’evasione fiscale. Colpirebbero poteri e ceti di cui teme di perdere il voto. Con il risultato che a sostenere la stragrandissima parte del gettito sono lavoratori dipendenti e pensionati. Questo atteggiamento del premier porterà ancora una volta il nostro Paese a tentare di contrattare un minimo di flessibilità con un’Europa sempre più restìa a concedergliela! E se si pensa che serviranno parecchi miliardi di euro solo per evitare l’aumento dell’Iva e le altre cosiddette clausole di salvaguardia del fiscal compact c’è poco da stare allegri!

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Su questo già cupo scenario incombe il referendum, che distoglierà per alcuni mesi l’attenzione dei partiti dai problemi veri del Paese. Uno scontro aspro di cui davvero non si sentiva il bisogno. In gran parte responsabilità della maggioranza governativa, che ha preferito andare avanti a colpi di fiducia (cosa mai vista prima in materia di riforme costituzionali!) piuttosto che ricercare davvero possibili convergenze con le minoranze, che avrebbero permesso di evitare il referendum e soprattutto di rispettare lo spirito costituzionale delle modifiche condivise. La riforma appare senza nè capo nè coda. Con un Senato trasformato in un fritto misto. Consiglieri regionali nominati senatori a seguito di contrattazioni in ristrette conventicole. Leggi "avocate" dal Senato per modifiche che la Camera potrà comunque rifiutare. Uno scenario fatto di di incomprensioni, ritorsioni e conflitti fra le Camere. E con potenziali blocchi del sistema, come nel caso che nella maggior parte delle regioni (e quindi dei senatori) si venga a determinare una maggioranza (ad es. M5S) diversa da quella della Camera.
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Per ora, tutti i partiti sembrano in surplace. Attendono il verdetto della Corte costituzionale sull’Italicum, previsto per il 4 ottobre. Un responso di illegittimità peserebbe non poco sui già incerti equilibri politici e parlamentari. Ne potrebbe scaturire qualche scossone. O, addirittura, qualche slavina, con il possibile effetto di trascinare con sè anche un premier già indebolito dai numeri della mancata ripresa economica e dalle troppe promesse non mantenute!
edito dal Quotidiano del Sud

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