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La designazione di Luigi di Maio a candidato premier (e a vero capo politico?) segna una nuova fase nella vita deI Movimento Cinquestelle. Tuttavia, rimangono non affrontate o non risolte diverse questioni molto serie. Alcune inerenti alla sua nascita come movimento, perciò abbastanza refrattario alle regole di democrazia interna. Altre riguardanti la sua trasformazione in struttura (partito?). Altre ancora il suo passato all’insegna di un leader carismatico non eletto e in futuro guidato (se cos’ì sarà) da un capo politico. L’inevitabile, rapido cambiamento del suo Dna in un periodo elettorale, con le incognite interne e le ricadute esterne che comporta, potrebbe avere delle conseguenze dirompenti.

Sia sul piano del consenso politico che su quello delle futura identità molto potrebbe cambiare. Fino a comprometterne speranze ed ambizioni. Intanto, la sospensione delle “regionarie” siciliane da parte del Tribunale non può essere archiviata come un fatto locale. La vicenda ha riportato alla luce vecchi nervosismi e antichi timori, risvegliati dal ricordo dell’esclusione del movimento dalle elezioni a Genova. Una paura malcelata da dichiarazioni rassicuranti, che però nasce anch’essa da una questione irrisolta. E rischia di diventare ancora una volta un problema politico: l’origine movimentista e un pò anarchica dei 5S cozza spesso contro l’osservanza delle regole generali del gioco, richiamate dai tribunali. E diventa incompatibile con l’immagine di forza di governo – e perciò di garante degli interessi collettivi – che il movimento cerca di darsi. Negli anni, leader ed esponenti pentastellati hanno rivolto critiche feroci agli atteggiamenti e alle regole delle altre forze politiche. E hanno rivendicato di volersi porre a difesa della libertà e della democrazia minacciate da una casta per lo più incapace e immorale.

Nonostante il tempo trascorso, tuttavia, il M5S non sembra ancora riuscito ad accettare e a darsi un convincente metodo di democrazia interna. La figura di un capo carismatico non eletto e sostanzialmente onnipotente come Grillo è apparsa svincolata da qualunque osservanza. Le sue decisioni hanno spesso travalicato la volontà degli stessi parlamentari, cosa che ha rappresentato una contraddizione inaccettabile. In un ordinamento democratico, è impensabile che vi siano figure che si pongano al di fuori e al sopra delle responsabilità elettive. Va anche detto che non è stato il solo: per un lungo periodo, abbiamo vissuto la grandissima contraddizione di un sistema parlamentare dominato da figure, quelle dei tre principali leader, extra-parlamentari.

Ora si tratterà di vedere se l’uscita di scena di Grillo sarà effettiva o piuttosto graduale: Anche questo sarà un fattore decisivo per il M5S. Con la celebrazione del rito di investitura del giovane Di Maio, il M5S sembra tuttavia essere caduto in palese contraddizione rispetto a se stesso, quando accusava gli altri partiti di far svolgere primarie predeterminate negli esiti. Con l’aggravante, oltretutto, di un sistema di voto non del tutto trasparente. Non certificato da validi organismi terzi. Per giunta sospettato di essere infiltrabile da hacker. E con proroghe di orari di votazione decise da ignoti. Queste incongruenze non hanno impedito il risultato, peraltro inferiore alle attese. Esse rischiano, però, di pesare in futuro sull’immagine di trasparenza del M5S in vista di altre competizioni. Senza contare che non sembra essere stato affatto chiarita, una volta per tutte, l’effettiva ampiezza dei poteri del designato premier.

Alcune dichiarazioni dell’ala movimentista (Fico in testa) – secondo cui Di Maio sarebbe solo il candidato premier quindi non l’effettivo capo di tutto il movimento – farebbero pensare che questo nodo fondamentale non sia stato sciolto. Con tutte le forse imprevedibili conseguenze in termini di dissensi più o meno ampi, che potrebbero tramutarsi in fronde interne. Infatti, questi ultimi – momentaneamente diluiti o sopiti dagli entusiasmi collettivi e dalle necessità di riuscita della kermesse riminese — potrebbero riprendere forza e vigore. Se la leadership di Di Maio si dimostrasse incerta o troppo solitaria, i dissensi interni finirebbero per sommarsi ai malumori serpeggianti fra i molti parlamentari che hanno già due mandati alle spalle. Questi, secondo le norme interne, non dovrebbero essere ricandidati. Se questo diffuso disappunto collettivo dovesse raggiungere dimensioni di ribellione, potrebbe anche diventare una slavina di portata imprevedibile. Fino e esodi verso altre forze. O alla formazione di ulteriori gruppi parlamentari spuri. Un pericolo che, se venisse a mancare la prospettiva di un buon successo elettorale, non sarà facile per la nuova leadership arginare.

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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