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Le èlite e il popolo del “Contratto”

Ci sono due correnti di opinione che si fronteggiano sull’appena partito governo giallo-verde: quella di chi ritiene sufficientemente già scritto il tracollo in tempi che non vanno oltre i dodici mesi; l’altra che apre invece una linea di credito dovuta a soggetti “nuovi” che in nome del cambiamento promettono di restituire equità in un Paese che soprattutto nel Mezzogiorno annaspa da anni.

Lo scetticismo e la preoccupazione nascono dal corollario di valori e principi al fondo illiberali piuttosto che antidemocratici di Lega e M5s, confermati da un indirizzo generale del governo votato alla spesa e dalle striscianti pulsioni antieuropee che sembrano apparecchiare la rissa piuttosto che correggere i limiti e le responsabilità della stessa Unione. Tra quanti invece investono sul governo, prevalgono “quei luoghi che non contano”, come li ha definiti il meridionalista Gianfranco Viesti, che il 4 marzo si sono vendicati per la umiliazione di essere stati completamente emarginati dalla “evoluzione della vicenda nazionale” a cui è stato promesso il ribaltamento in tempi ravvicinati della narrazione: in campo il Popolo; in panchina le èlite intellettuali, i politici di professione, gli economisti che bazzicano “le centrali del potere finanziario globale” che in concorso irrobustiscono quotidianamente la trama del giogo che impedisce il riscatto del popolo e dei poveri.

Sta davvero accadendo questo, il governo Conte ha innescato il corto circuito che attraverso la riproposizione dell’antico e ciclico dissidio tra èlite e popolo rivoluzionerà o almeno cambierà significativamente la dialettica e i rapporti di forza nella società italiana come li abbiamo finora conosciuti? A differenza di quanto accade in Europa e non solo, dove destra e sinistra finiscono sostanzialmente per fare fronte comune per reggere lo status quo, in Italia, dove i risultati del 4 marzo hanno escluso dal novero il pronosticato governo “di servizio” tra Pd e Forza Italia, accade che due movimenti non sistemici, apparentemente né di destra né di sinistra (ma anche con il peggio di entrambe) stringono invece un “contratto” che costituendo in Europa una eccezione, andrebbe in direzione del capovolgimento della narrazione. Alla luce dei fatti, e della ragionevolezza, è però un elemento che dimostra la sua fragilità proprio quando comincia a dichiararsi. Nel governo giallo-verde, a cominciare dal premier, i ministeri strategici sono affidati a quell’establishment che hanno più e molto a che fare con i vituperati Bilderberg e Trilateral, con i “santuari” della finanza e dei mercati, con la Bocconi e Intesa San Paolo, con feluche molto accreditate a Bruxelles come a Washington e poco o niente a che vedere con il Popolo che dovrebbero riscattare. Più che una finzione è una necessità, e forse entrambe. Hanno sostanzialmente dato in appalto il governo, ritagliando per sé la voce che continua a parlare al popolo in una permanente campagna elettorale. A parte i primi inciampi e le avvisaglie discordanti su Flat Tax e Reddito di Cittadinanza: quando, a chi, con quali risorse?, una certa qual prova l’ha data Matteo Salvini in Sicilia. Ha scatenato un inutile e gratuito putiferio con la Tunisia ma da ministro dell’Interno non ha speso una sola parola di gratitudine e di incentivazione a quanti in quella terra lottano ogni giorno contro Cosa Nostra. Nelle stesse ore, quelle divise e quei magistrati, toglievano altro brodo di sostegno a Matteo Messina Denaro. Impegnato a minacciare il Mediterraneo, il Matteo del Viminale non lo sapeva. O forse hanno preferito non farglielo sapere.

di Norberto Vitale edito dal Quotidiano del Sud

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