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Accertato che non basterà l’odierna giornata di silenzio a smaltire le tossine di una campagna elettorale condotta tra veleni e colpi bassi che hanno compromesso i rapporti politici e personali fra alleati di governo più che tra gli esponenti di opposti schieramenti, si dovrà pur cominciare ad interrogarsi sul dopo elezioni, cioè su quel che potrà accadere in Europa quando i cittadini dei 28 Stati chiamati alle urne si saranno espressi col voto. Nel corso di questo 2019 vanno in scadenza in date diverse le principali istituzioni della nostra Unione: Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca centrale; ed il fatto che il rinnovo di tutti questi organismi cominci dal più rappresentativo, dovrebbe far riflettere su un dato inconfutabile: l’Unione europea è la struttura sovranazionale più democratica e partecipata esistente, e solo la sua incompletezza ne limita il ruolo e la capacità di incidere nel contesto internazionale. Con i suoi 510 milioni di abitanti e 374 milioni di elettori (britannici ancora compresi), con l’economia più grande del pianeta, la sua storia e le sue tradizioni sociali e politiche, l’Ue costituisce un sistema invidiabile, non per caso oggetto di tentativi di infiltrazione e di destabilizzazione da parte di alleati e avversari. Anche in questa vigilia elettorale se ne è avuto più di un esempio, dallo scandalo che ha coinvolto mezzo governo austriaco alla spregiudicata attività lobbistica dell’ex consigliere della Casa Bianca Steve Bannon; eppure non è dall’esterno che provengono i maggiori pericoli per l’Europa, quanto da una debolezza intrinseca che si riflette sulle istituzioni e sul loro funzionamento.

Subito dopo le elezioni di domenica torneranno a fronteggiarsi le due Europe che finora si sono contese lo scettro del comando: quella sovranista dei governi e quella democratica del parlamento; con l’imprevedibile incognita della Brexit, destinata ad incidere sui primi passi del dopo elezioni per poi svanire definitivamente fra pochi mesi. Il calendario piuttosto serrato prevede entro un mese dal voto la designazione da parte del Consiglio europeo (composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri) del candidato alla carica di presidente della Commissione (l’esecutivo dell’Unione): indicazione che deve tener conto dei risultati del voto popolare per l’Europarlamento, e che deve essere ratificata a maggioranza dai suoi membri. Ciò vuol dire che a questi primi passi del nuovo ciclo istituzionale parteciperà anche il Regno unito, che avrà i suoi parlamentari (73), il suo rappresentante nel Consiglio (il successore di Theresa May, dimissionaria dal 7 giugno), il suo componente della futura Commissione. Tutti pronti a lasciare il campo non appena completate le procedure di sganciamento da Bruxelles. A meno che, nell’attesa, non si decida di ridurre al minimo i fattori di rischio, per esempio prorogando la durata in carica della Commissione uscente.

Ma non è solo la presenza/assenza degli inglesi a pesare sul dopo 26 maggio: accanto al sovranismo degli Stati, che pure ha una sua legittimazione essendo l’Ue fondata su un trattato internazionale, si è manifestato ultimamente un sovranismo molto più subdolo e deleterio, che ha inquinato e deformato alcune delle tradizionali famiglie politiche europee, non solo di destra, portandole su posizioni contrarie al processo di integrazione che è all’origine della costruzione comunitaria. Se queste tendenze dissolutrici dovessero essere incoraggiate dal risultato elettorale nei paesi membri, anche la cooperazione intergovernativa, che finora ha dato buoni risultati, sarebbe compromessa. Un’altra incognita sul futuro dell’Europa.

di Guido Bossa

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