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Domani il Capo dello Stato Mattarella sarà a Maastricht, la cittadina olandese dove trent’anni fa nacque, di fatto, l’Unione europea. Una scelta non casuale che conferma l’europeismo e l’atlantismo del Presidente della Repubblica. Maastricht oggi è attualissima perché la cornice di questo governo si intreccia con il rapporto tra le principali cancelliere europee e Giorgia Meloni. Il Presidente del Consiglio è impegnato su vari dossier dal Pnrr, alla gestione dei migranti, all’energia. Un’agenda che deve trovare il sostegno delle istituzioni di Bruxelles senza rompere gli attuali equilibri e per questo la commissione si aspetta che gli impegni presi siano rispettati. E’ un dato di fatto però, che in questi ultimi anni l’Italia ha oscillato tra una sorta di commissariamento tecnocratico e il populismo. Due esperienze che non hanno reso più stabile il nostro Paese e lo hanno portato ad avere rapporti altalenanti con l’Europa. Tra poco più di un mese Giorgia Meloni debutterà al consiglio europeo di metà dicembre e in quell’occasione incontrerà tutti i leader degli altri paesi che temono uno sbandamento dell’Italia, non solo sulle alleanze internazionali, ma anche sulla stabilità economica. Prima di quel vertice ci sarà tra pochi giorni il G20 di Bali con la presenza del Presidente americano Joe Biden. Certo oggi l’Europa attuale è molto diversa da quella costruita a Maastricht negli anni Novanta, allora si celebrava la caduta del muro di Berlino e il futuro sembrava pieno di grandi speranze che a distanza di anni si sono trasformate in disillusioni. L’idea di un mondo pluralista, interetnico e interculturale si è scontrato con la spinta al ritorno delle nazioni. Quando fu firmato, il cuore del trattato di Maastricht era senza dubbio la nascita della moneta unica utilizzata come strumento per l’integrazione politica. Allora il fantasma del muro continuava ad attraversare la Germania, e con essa una parte dell’Europa occidentale e il cancelliere Kohl, fautore dell’unificazione, giurò di non volere un’Europa tedesca ma una Germania europea. Come ha ricordato però Andrea Bonanni, grande conoscitore della politica dell’Unione, la Germania ha sempre considerato l’euro una riedizione ampliata della valuta tedesca piuttosto che una vera moneta europea e questa posizione ancora oggi prospera in quella parte d’Europa che stava nell’orbita del Marco tedesco, dall’Olanda all’Austria e che continua adesso a restare arroccata dietro il muro della diffidenza verso il resto dell’Unione. Andreotti, che firmò il trattato come capo del governo italiano, non ha mai fatto mistero della sua contrarietà all’unificazione tedesca e con una delle sue celebri battute, sosteneva che amava così tanto la Germania da volerne due. Al di là dell’ironia andreottiana, la Germania ha comunque accettato di integrarsi strettamente con l’Europa e l’euro, nato da quel Trattato, si è imposto e l’unione monetaria ha resistito alla prova durissima della crisi finanziaria degli inizi del 2000 ed è stata poi decisiva nella lotta contro gli effetti della pandemia. L’euro è stato anche l’antidoto che ci ha protetto dall’inflazione evitando alla politica di continuare a creare debito pubblico tutelando contribuenti e risparmiatori. Quello che invece non ha evitato è stata la rinascita del nazionalismo che partito dai Paesi dell’Est si è poi sviluppato anche in una larga parte dell’Europa occidentale. Certamente la moneta unica ha creato una nuova identità ma non è bastata e non poteva essere sufficiente. Toccava soprattutto alla politica generare una classe dirigente veramente europea e non legata ai singoli Stati. Il sogno di Altiero Spinelli a Ventotene durante la Seconda guerra mondiale e la costruzione ideata tra tre statisti cattolici come De Gasperi, Adenauer e Schumann è rimasto parzialmente nel cassetto, l’Europa ha però compiuto grandi passi avanti e altri dovrà continuare a farli.

di Andrea Covotta

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