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di Virgilio Iandiorio

Mezzo secolo fa, o quasi, dopo il terremoto arrivarono nella provincia di Avellino non solo gli aiuti di ogni genere, ma anche parole nuove. Chi non ricorda le roulotte, che dovevano servire per riparare nei primi mesi post sisma le famiglie dei senza tetto! Eppure questa parola nuova non entrava proprio nel vocabolario di molti nostri comprovinciali. E un vecchio contadino, che non voleva alloggiare in queste case su ruote, esclamò così il suo rifiuto:” Io, in questo carusiello non mi metto”. Il  “carusiello”, come si sa, nel nostro dialetto è il salvadanaio di terracotta.

Stessa sorte toccò alla parola “salmonellosi”. Nell’immaginario della gente questa strana malattia, sconosciuta ai più, si pensò bene di mettere in relazione a detersivi pericolosi. Da qui venne fuori “saponella”.

Oggi è non è facile sapere che cosa la gente pensi quando dice la parola “CDR”. Un acronimo, di cui è difficile indicare la provenienza. Se si facesse una indagine, come si fa per i prodotti commerciali, e si chiedesse il significato di CDR, c’è da credere che moltissimi non saprebbero cosa rispondere o darebbero delle risposte che non stanno né in cielo né in terra.

Che il CDR abbia a che vedere con l’immondizia, è pacifico; ma che cosa si nasconde dietro questo acronimo,  che diavolo significhi, vallo a sapere!

Noi spesso parliamo di una cosa di cui non conosciamo il significato. E il peggio è che potremmo essere chiamati, ancora una volta, ad esprimere la nostra volontà in una consultazione referendaria, senza sapere il significato delle parole scritte sulla scheda.

Da informazioni assunte, si fa per dire, si viene a sapere che CDR è il Combustibile Derivato dai Rifiuti, a sua volta di derivazione dall’acronimo inglese RDF (Refuse Derived Fuel). Si tratta in buona sostanza di un combustibile solido, triturato secco, ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani.

E’ sorprendente come in Francia per indicare la raccolta dell’immondizia, o se volete l’immondizia tout court, si usa una parola che ha una storia molto particolare. L’immondizia francese si chiama “poubelle”, in omaggio a Eugène-René Poubelle, prefetto di Parigi, che nel 1884 così decretò : « i rifiuti domestici saranno raccolti in recipienti di legno rivestiti all’interno di ferro, in modo che niente possa fuoriuscire. Questi contenitori potranno ricevere anche cenere calda senza rischio di bruciare».

Da allora questi recipienti vennero chiamati dai parigini e dai francesi « puobelle », in omaggio a questo prefetto che alla fine del secolo XIX si poneva il problema dello smaltimento dei rifiuti. Al confronto della parola « poubelle » la nostra CDR è incolore e insapore, pur trattandosi di immondizia: una parola che non ha una sua “personalità” .

Nasce spontaneo il dubbio. Vuoi vedere che i problemi del nostro smaltimento rifiuti derivano dal fatto che noi non abbiamo voluto rendere omaggio a nessuna personalità politica, onorando del suo nome la nostra immondizia?

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