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Le riforme di cui ha bisogno l’Italia

 

Con l’approvazione definitiva del Parlamento, la riforma costituzionale, se confermata dal referendum del prossimo ottobre, ci porta direttamente nella “terza” repubblica. Ma le cose sono poi davvero cambiate, o danno, almeno, segno di cambiare rispetto alla “prima”? Le riforme fatte o annunciate da Renzi consentiranno all’Italia di superare la crisi, assicurare lo sviluppo e riportarci nel novero delle prime sette potenze mondiali come nella prima Repubblica? isti i mali che, forse più di ieri, affliggono ancora l’Italia e ne frenano l’economia, e che sono, poi, quei “lacci e lacciuoli” di cui parlava Guido Carli già negli anni settanta del secolo scorso, c’è da dubitarne. La corruzione politica, tra potere e affarismo non è diminuita; la farraginosità della macchina statale, è sempre più inestricabile; i poteri forti mantengono intatti privilegi, rendite e monopoli; la crisi della giustizia è endemica; la concorrenza drogata. In più si assiste al progressivo smantellamento dell’apparato industriale, soprattutto quello delle piccole e medie imprese, che continuano a chiudere; la povertà è in aumento e sta toccando anche il ceto medio; la disoccupazione, specie quella giovanile e femminile è intollerabile; l’evasione fiscale continua a tener banco con gli ultimi episodi della Panama Papers, e la fiducia nel futuro ha generato una rassegnazione inquietante perché la gente, ormai senza speranza, crede sempre meno nel sistema e preferisce affidarsi agli “uomini della provvidenza” dimenticando che la storia insegna che sono stati sempre fonte di guai. In questo quadro preoccupante non pare si possa realmente uscire dalla crisi, nonostante gli annunci propagandistici del governo in carica, se non si affrontano ab imis, nelle fondamenta, i veri nodi che strozzano l’economia italiana, e ne impediscono lo sviluppo. Bisognerebbe mettere mano finalmente a quelle riforme strutturali che facciano prevalere il bene comune su quello dei singoli e delle categorie, alcune vere e corporazioni (petrolieri, banche, ordini professionali: avvocati, medici, farmacisti, commercialisti, patronati, persino tassisti) e si impongano almeno le regole che facciano assomigliare il nostro capitalismo assistito in quello di mercato come quello degli Stati Uniti, che è il paese più capitalista del mondo. La vera palla al piede dell’Italia è che nessuna vera riforma possa attuarsi in forma indolore, senza pestare i calli a qualcuno e che questo in Italia è pressoché impossibile fino a quando nei governi continuino ad essere presenti forze e personaggi come Verdini ed Alfano e Renzi continui a manifestare simpatia più per Marchionne che per i sindacati. Ma quali sono le riforme che, prima di qualunque altra, andrebbero attuate? Innanzitutto due: lo snellimento della macchina statale con una reale sburocratizzazione e semplificazione, che trova impedimento nei tanti addetti ai lavori e nella continua proliferazione di leggi, leggine, norme statali, regionali, provinciali, comunali, che costituiscono alimento di una classe dirigenziale e di intermediari che sono diventati una casta intoccabile che trae benefici e ricchezze. Bisognerebbe che il Parlamento, con l’aiuto di esperti e studiosi, ponesse mano ad una delegificazione (abrogare i 2/3 delle norme esistenti) raggruppando le rimanenti in semplici e consultabili testi unici. Altra riforma improrogabile è quella della giustizia. In Italia vi è il più alto numero di cause civili e i tempi dei processi sono i più lungi d’Europa: il doppio della Francia. Anche qui le cause sono chiare a chi ha occhi per vedere e cervello per ragionare. L’Italia è un paese di avvocati: sono più di 230.000 (circa 375 ogni 100.000 abitanti); in Francia meno di 50.000, in Germania, Regno Unito e Spagna, meno di 90.000. Solo gli avvocati di Roma e Napoli superano tutti quelli messi insieme della Francia e del Regno Unito! Nessuno vera riforma può consentire il permanere di un così alto numero di avvocati. I due terzi dovrebbero cambiare mestiere! Si è in grado di farlo? Basterebbe semplificare i processi, celebrandoli in due, massimo tre udienze, esclusivamente sulla base dei documenti presentati all’atto della costituzione e della comparsa del convenuto, comprese eventuali perizie di parte. E’ la scoperta dell’uovo di Colombo, ma è così. Per i giudizi penali, basterebbe sospendere la prescrizione all’atto del rinvio a giudizio o, al massimo, dopo la prima sentenza. Elementare Watson, diceva Sherlock- Holmes al suo aiutante Watson. Elementare non lo è per Renzi che ha minacciato sfracelli per andare al potere ed ora si è convertito all’andazzo degli “avi”!
edito dal Quotidiano del Sud

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