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Le vacanze secondo gli antichi latini

di Virgilio Iandiorio

Le vacanze estive sono in pieno svolgimento. E in ogni famiglia, se non è già stato fatto precedentemente, si organizza la villeggiatura al mare o ai monti, non lontano dalla propria casa o in paesi esotici. Aveva ragione il buon Goldoni quando (e siamo nel secolo XVIII) scriveva “Le smanie della villeggiatura” (1761), prima parte della trilogia che il grande commediografo dedica alla fiera della vanità, dell’apparire alla moda, costi quel che costi.

Gli antichi latini, che in materia di vacanze o di otia se ne intendevano, avevano questi nomi per indicare le vacanze estive: rusticatio, tempora aestiva, feriae aestivae o semplicemente aestivae; ma per indicare l’azione vera e propria di essere in vacanza o di andare in vacanza usavano dire: rusticari, ruri esse o vivere, aestivare, ire rusticatum. Le radici di questi verbi ci rimandano sempre ed esclusivamente alla campagna, che i latini chiamavano rus- ruris.

Naturalmente nella villa c’è chi va a trascorrere un periodo di riposo e chi invece ci sta abitualmente perché tutti i giorni vi lavora. E la differenza non è poca.

E’ sorprendente la somiglianza con l’antichità classica, delle feriae, che in questi anni organizzano i cultori di lingua latina di tutto il mondo proprio nel periodo estivo. Negli anni scorsi, per esempio, un incontro estivo (la rusticatio) è avvenuto in California. Agli ospiti “latinisti” così veniva presentato il luogo e il programma dell’incontro, in lingua latina naturalmente (qui ne diamo la traduzione):” In una villa di campagna piacevolissima  avremo modo di colloquiare nella nostra lingua latina, di argomenti svariatissimi e divertenti, trattando della campagna, dei cibi genuini e della bontà dei vini, facendo uso naturalmente sempre della lingua latina”.

Abbiamo notizie sicure di alcune feste latine che si celebrava anche nella nostra provincia. Nella dedica al dio Silvano, un’epigrafe rinvenuta ad Oppido di Lioni ma registrata nel CIL come proveniente da Caposele (CIL 10, 00444 ) si fa menzione di alcune feste, che qui si celebravano.

Il 27 giugno (V kalendas Iulias) giorno dedicato al dio Silvano, Lucio Domizio Faone  scioglie un voto al dio per la salvezza dell’imperatore Domiziano.

L’epigrafe fa riferimento anche ad un’altra festa, che cadeva il 20 giugno (XII kalendas Iulias) festa delle Rosàlia

Herbert Jennings Rose alla voce “Rosalia” del Dizionario di Antichità Classiche di Oxford (1949), dopo aver sottolineato che i Romani amavano particolarmente le rose e che le usavano in ogni genere di feste, nei banchetti pubblici e privati, così scrive: “Non fa quindi stupire che la festa delle rose fosse abbastanza comune, benché non diventasse mai una festa pubblica fissa, eccetto localmente”. Ed è il nostro caso, perché le Rosalia dell’Alta Irpinia cadevano in data fissa, il 20 giugno.

“Ma a parte questa consuetudine – sottolinea ancora lo studioso inglese- vere e proprie feste delle rose sono tramandate in un certo numero di documenti, nessuno dei quali è anteriore a Domiziano: a Capua il 5 maggio, a Roma il 23 maggio e il 21 maggio, a Pergamo il 24-26 maggio e in varie località dell’Italia settentrionale e dell’Europa centrale in date comprese tra il 1° giugno e la metà di luglio, ossia nella stagione dell’anno in cui c’è abbondanza di rose”.

Rosàlia una festa introdotta nelle nostre zone di recente, si fa per dire. Nell’antichità come oggi, senza che noi spesso ce ne accorgiamo le feste si evolvono, quelle più antiche assumono caratteri moderni e le novità hanno sempre un fascino e si finisce prima o poi di accoglierle. E quello che sembra molto antico nelle nostre tradizioni festive, è invece l’acquisizione più recente

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