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L’evoluzione dell’emergenza pandemica, in parallelo con quella politica, fa registrare segnali positivi insieme al permanere di una situazione di criticità. Sul fronte sanitario, l’abolizione dell’obbligo di indossare le mascherine all’aperto e la ritrovata agibilità delle discoteche contrastano con il drammatico bilancio dei decessi (più di centocinquantamila) e con l’abbassamento dell’aspettativa di vita degli italiani (quattordici mesi in meno secondo l’Ocse, il doppio della media europea). Per quanto riguarda l’emergenza politica, la conferma del tandem Mattarella-Draghi ai vertici dello Stato e del Governo va messa senz’altro nel conto positivo, che però non va oltre questo dato. Si è detto, in proposito, di un successo, un segnale di vitalità del Parlamento, quasi in contrasto con l’immobilismo dei partiti; ma è lo stesso Parlamento accusato fino alla vigilia di avere in mente soltanto la propria sopravvivenza; e sono quei partiti che in quattro anni di legislatura hanno dato vita a formule di governo contraddittorie e per lo più in contrasto con gli impegni assunti con gli elettori. Pratica trasformista dalla quale è esente solo l’opposizione di Fratelli d’Italia, non a caso premiata nella coalizione del centrodestra, ma non fino al punto di poter ambire alla guida di una credibile alternativa.

In queste condizioni, è prevedibile che, come l’emergenza sanitaria, anche quella politica sia destinata a perdurare, con l’instabilità che ne consegue. Per quanto tempo ancora? L’ineluttabile calendario della legislatura fissa un termine al quale non si sfugge: al più tardi fra quattordici mesi saranno gli italiani a mettere la parola fine ad un ciclo che si è sviluppato all’insegna del populismo di governo, con ciò dimostrando tutta la propria inconcludenza. La decapitazione per mano giudiziaria del vertice dei Cinque Stelle, alla quale Grillo e i suoi tentano ora di porre rimedio, è la punizione perfetta, il contrappasso dantesco di un movimento nato sull’onda del giustizialismo più ottuso e feroce, e cresciuto coltivando il miraggio di una indicibile purezza di ideali (ma non di prassi di governo). L’epilogo pone un problema anche all’alleato piddino, privo di una soluzione di ricambio per l’oggi e soprattutto per il domani. Può darsi che qualche indicazione venga dalle elezioni amministrative, con 25 capoluoghi di provincia chiamati al voto fra il 15 aprile e il 15 giugno, cui si aggiungeranno i referendum in attesa del via libera della Corte Costituzionale; ma è molto probabile che il partito di Enrico Letta debba fare da solo, vista la già sperimentata debolezza dei Cinque Stelle nelle competizioni locali, dopo i fallimenti di Roma e Torino. A destra, è difficile che si intravvedano aperture praticabili, mentre la nascita di un consistente polo centrista, che sarebbe la vera novità del momento, è tutta da dimostrare, vista la litigiosità degli aspiranti leader della nuova formazione.

In queste condizioni, per evitare che la XIX legislatura, la prossima, riproduca le contorsioni dell’attuale, non resterebbe che puntare sul secondo motore del tandem istituzionale appena confermato, Mario Draghi, a cui garantire un futuro governativo alla guida di una coalizione politicamente qualificata, frutto dell’alleanza fra Pd e forze moderate fuoriuscite dal cartello del centrodestra. Non più un governo di solidarietà nazionale o di larghe intese, come l’attuale, ma un accordo fra partiti su un programma condiviso – la gestione dei fondi europei – e sul nome del garante politico della sua realizzazione, all’insegna di un’emergenza non ancora conclusa.

di Guido Bossa

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