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L’emergenza covid ha “ridotto” le distanze tra città e aree interne

Di Matteo Galasso

Negli ultimi vent’anni l’Italia si è vista sopraffatta da un fenomeno di migrazione dalle aree interne della penisola verso centri più estesi, soprattutto città metropolitane. Protagoniste di questo vero e proprio spopolamento sono le nuove generazioni, che si sono viste costrette ad abbandonare le proprie radici e la propria terra in cerca di un futuro economico e sociale meno travagliato. I tassi di disoccupazione e la mancanza di impieghi stabili, hanno quindi fatto sì che alcune aree, nelle quali lo sviluppo tecnologico e urbano ha raggiunto livelli non competitivi rispetto al resto del Paese, si siano trovate diversi passi “indietro” rispetto agli standard minimi di vivibilità civile. E considerando che queste aree, che costituiscono una delle caratteristiche esclusive del nostro territorio, si sono viste private delle nuove energie, sono state, di conseguenza, “condannate a morte”. L’emergenza Covid-19, però, ha poi determinato nel corso di questo 2020 una controtendenza, frenando il pendolarismo scolastico e lavorativo e la fuga soprattutto dei giovani dai piccoli centri urbani grazie ai forzati lockdown messi in atto. Paradossalmente la pandemia da coronavirus nonostante stia devastando da quasi un anno l’economia globale, oltre a causare milioni di vittime, ha d’altro canto velocizzato e potenziato lo sviluppo e il progresso tecnologico relativo alle comunicazioni. Infatti, in pochi mesi ci siamo ritrovati tutti a studiare e lavorare in modalità “a distanza”, cosa che mai avremmo potuto immaginare solo nell’inverno scorso. Grazie all’accelerazione di questo processo abbiamo finalmente la possibilità di fare molto di più che una videochiamata con colleghi e amici: ora ci basta un computer per svolgere lezioni, corsi, conferenze e lavoro da casa. E, di sicuro, si terrà conto di questi strumenti innovativi anche dopo la fine della pandemia, secondo le previsioni nel 2022. Anzi crediamo che in futuro gli spostamenti saranno limitati significativamente, proprio grazie al fatto che spesso non saranno più necessari. Di questa funzione potranno beneficiare proprio gli italiani giovani e meno giovani che abitano nelle aree interne, che non saranno più costretti nella maggioranza dei casi a raggiungere le città capoluogo per svolgere attività che ora potranno essere eseguite on line. In un certo senso tutto ciò potrebbe rallentare, almeno momentaneamente, il fenomeno dello spopolamento dei piccoli comuni interni, in quanto quasi tutti avranno le stesse possibilità di studiare e lavorare da qualunque luogo purché collegati alla rete. Ed ora che il divario tecnologico è stato colmato per motivi di necessità e quasi a tutti è o sarà garantita una connessione e la possibilità di usufruire di uno strumento tecnologico, si potrà ripensare e programmare una seria politica di incremento demografico progettando un nuovo sviluppo di queste aree del Paese. Il primo punto per rivitalizzare queste zone che sono state progressivamente abbandonate negli ultimi 40 anni, è far sì che nuovi abitanti vi si trasferiscano sapendo di poter usufruire almeno dei servizi essenziali cui erano abituati in città. Garantire in questi luoghi la riapertura di asili e istituti comprensivi chiusi, incentivare un funzionale cablaggio, organizzare infrastrutture logistiche e sanitarie anche di primo intervento: tutto ciò renderebbe molti borghi dell’Italia interna certo più vivibili. Così come incentivare l’apertura di attività commerciali, ricettive e per il tempo libero potrebbe ulteriormente dare inizio ad una vera e propria campagna di promozione che concretamente inviti tutti coloro che sono stanchi di vivere tra i disagi delle periferie, il traffico e l’inquinamento ma anche il costo della vita nei grandi centri urbani a trasferirsi nelle aree interne, tra paesaggi ancora incontaminati, abitati storici e comunità dove l’accoglienza e la solidarietà sono ancora la regola. Quindi attendiamo al più presto che si realizzino progetti ad hoc caratterizzati dal desiderio non solo di promuovere una forma di turismo alternativo ma di frenare il calo demografico profittando della nuova realtà creatasi con la pandemia per incentivare nuove residenze attraverso il riuso delle migliaia di unità abitative abbandonate in centinaia di borghi storici e sapendo offrire a tutti coloro che ancora sono indecisi quei servizi la cui assenza ha portato a partire dal secondo dopoguerra ad abbandonare definitivamente i piccoli comuni collinari e montani di provincia.

 

 

 

 

 

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