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Lettera aperta al ministro Piantedosi

Gentilissimo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mi rivolgo a Lei, irpino e affetto da irpinitudine, per chiederLe un Suo intervento nella nostra provincia e nel capoluogo di Avellino. Lei avrà certamente ricordi della sua giovinezza, e di come era considerata l’Irpinia. Una realtà colta con i natali da Francesco De Sanctis, di Morra, a Guido Dorso, di Avellino. Non le sfuggirà la caratteristica più importante: l’Irpinia era di un popolo onesto, lavoratore, custode geloso della civiltà contadina, i cui figli nel tempo sono assurti a responsabilità nazionali di grande rilievo. Come è avvenuto nel Suo caso. Il capoluogo si distingueva dalle altre città per la tranquillità che garantiva. Era tale l’ambiente pacifico che un autorevole collega scrisse su un settimanale che Avellino era una “città addormentata”. Il tema della legalità era a dir poco sconosciuto, non essendoci i motivi che essa richiede. Sono ricordi di un passato che ci inorgogliscono. Come quello di aver avuto nel Dopoguerra una classe dirigente di grande valore, da Fiorentino Sullo ai cosiddetti “magnifici sette”, da Ciriaco De Mita a Salverino De Vito, Nicola Mancino e Gerardo Bianco. Hanno amato la loro radice trasferendo la loro irpinitudine in Italia e nel mondo. Tuttavia hanno impedito a tanti giovani di crescere per diventare classe dirigente. Certo, caro Ministro, i tempi sono cambiati e rapidamente. La civiltà contadina e i suoi valori sono scomparsi, gli impegni oltre a creare stress hanno contribuito talvolta a “sfasciare” le famiglie.

La rincorsa all’avere ha incattivito l’essere, e quella benedetta tranquillità che attraversava la vita quotidiana oggi è solo un miraggio. Anzi, è la legalità che viene mortificata. Questa storica testata, il Corriere dell’Irpinia, che ho l’onore di aver fondato e che dirigo accompagnato da una pattuglia di giovani volenterosi, da tempo sta denunciando situazioni di grande pericolo che minacciano il futuro della città. E’ stato detto che qui non c’è camorra quando nella relazione semestrale della Commissione antimafia è scritto che imprese locali hanno favorito l’ingresso di camorristi nella città. Ci sono interdizioni antimafia che non producono effetti. Certo, la videosorveglianza da Lei disposta e la presenza di alcuni agenti in più sono certamente importanti contro la criminalità dilagante, ma c’è una questione morale che esige risposte da chi invece non dà un minimo segnale. C’è un groviglio malavitoso che sta distruggendo la città, cancellando i pochi spazi di verde che ancora resistevano. Politica alleata con alcuni burocrati e con camorristi di importazione hanno messo le mani sulla città determinando speculazione e corruzione. Eppure, nonostante le nostre denunce, nessuno vede e se si vede si ha timore di essere messi nel mirino. Non solo: ai malavitosi è concesso di fare ingiallire decreti ingiuntivi che non vengono notificati con la celerità che si richiede. Al Comune del capoluogo le cose non vanno meglio. Anzi scoprendo il pentolone è venuto fuori il filone dei reati “Dolce vita”, che ha portato all’arresto anche del primo cittadino. Poi tra scomposizioni e ritorno al passato tutto si è concluso con una specie di continuismo, che è il modo peggiore per amministrare la cosa pubblica.

Caro Ministro, come Lei sono affetto da irpinitudine e amo la mia terra, che vorrei non fosse preda di speculatori a tutto tondo e camorristi pericolosi. Non dia retta a chi le dice che è tutto bene e che chi scrive e denuncia è solo affetto da allucinazioni. Come giornalista inviato ho trascorso parte degli anni Ottanta in Sicilia narrando le morti per mano di mafia di autorevoli servitori dello Stato. Ho imparato il “metodo” della diffamazione ma ho anche compreso come nasce e si diffonde l’illegalità. Lei ha l’autorevolezza necessaria e tutti i mezzi per frenare questa che non è solo una semplice insidia, ma un reale pericolo, il pericolo che comitati di affari risveglino questa nostra “città addormentata”. Avelino si ritroverebbe nelle mani sporche di una criminalità che avanza tra i silenzi di chi dovrebbe assicurare la legalità e il ritorno alla tranquillità. Con la stima di sempre.

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Gianni Festa

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