Carmen Pellino, presidente dell’Assemblea provinciale del Pd, Il Corriere dell’Irpinia ha avviato da inizio agosto un dibattito sulla situazione del partito di Avellino: ciò che emerge, fino ad oggi, è che il confronto interno e la condivisione della linea politica non passano sempre per gli organi di via Tagliamento. Lei, da presidente, ha la facoltà di sollecitare una maggiore partecipazione, convocando ad esempio l’Assemblea e la Direzione: intende farlo?
Assolutamente sì. Anche perché, se c’è una cosa che ho notato con grande soddisfazione è che la Direzione provinciale e l’Assemblea sono formate da militanti che, quando sono chiamati in causa, dimostrano un’autentica vocazione politica e grandi competenze, capacità di elaborazione e di proposta politica, oltre a essere realmente rappresentativi del territorio.
E solo gli iscritti, e ci sono molti giovani che saranno la classe dirigente di domani, sono in grado di intercettare i bisogni veri dei cittadini. Ecco perché dobbiamo consentire agli organi del partito di lavorare al meglio. Abbiamo un potenziale enorme che va sfruttato.
E non succede?
Dopo il congresso unitario di marzo, per l’individuazione del candidato sindaco del centrosinistra per le amministrative di Avellino il confronto c’è stato. Ma dopo la vittoria di Nello Pizza il Pd non si è più riunito.
Ci sono state le elezioni provinciali, ma il Pd provinciale non ha mai convocato gli organi di partito per indicare un candidato alla presidenza della Provincia. Eppure avevo chiesto al segretario provinciale del Pd, Marco Santo Alaia, che ci fosse una discussione in Direzione, così da decidere insieme la linea politica, il programma e il nome.
Non riesco a comprendere perché il presidente uscente della Provincia, Rino Buonopane, non sia stato supportato ufficialmente dal partito locale, nonostante fosse stato ricandidato dalla stessa segretaria nazionale, Elly Schlein.
Di questo avremmo dovuto parlare negli organi di partito. È stato commesso un errore, c’è stata una latitanza politica che non dovrà più accadere. Del resto, le decisioni prese da una sola persona il più delle volte hanno un orizzonte breve e non funzionano nel lungo periodo proprio perché non condivise non hanno forza, radicamento.
Ecco perché i partiti non devono diventare, di contro, meri strumenti di gestione del potere da parte di pochi.
Intanto, ancora non è stata completata la composizione della segreteria provinciale del Pd.
La nomina della segreteria è certamente una imprescindibile condizione affinché il partito possa lavorare seriamente e in sinergia con il territorio, con il pieno coinvolgimento di tutti i militanti.
Ora il ritardo va colmato prima possibile. La mia intenzione è di ripartire con slancio.
Basta con le decisioni prese da pochi. Il mio obiettivo, come presidente dell’Assemblea provinciale, è garantire che il partito sia realmente partecipato e plurale. La Direzione provinciale dà l’indirizzo della politica attiva, ma è l’Assemblea che delibera l’indirizzo politico generale. Entrambi gli organi devono essere centrali in ogni scelta.
I partiti, per definizione, non possono essere leaderistici, eterodiretti, non democratici.
Da tempo si parla anche di eleggere un segretario cittadino: è d’accordo?
Tutto ciò che rafforza il collegamento tra cittadino e istituzione, che è poi la funzione che deve assolvere un partito, va bene.
Lei parla anche della necessità di formare una nuova classe dirigente di giovani. Come si fa?
I partiti dovrebbero essere una scuola di formazione politica. In passato lo erano.
Ricordo che pure le circoscrizioni erano una sorta di scuola politica. Non solo per i giovani: in quei piccoli presidi di democrazia nasceva la coscienza civile di una comunità.
Questa coscienza civile, che non può che germogliare nei partiti, deve orientare le scelte della politica.
La sfida sono ora le Politiche del prossimo anno: bisogna prepararsi per tempo, ad esempio, come lei dice, condividendo le scelte.
Con o senza preferenze, sono i partiti a decidere. Il problema vero, anche in questo caso, è raggiungere una unità autentica del partito rispetto a determinate scelte, una unità non posticcia, preconfezionata e funzionale alla candidatura dell’uomo solo al comando.


