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Tutti abbiamo seguito con trepidazione ciò che accadeva a Bruxelles. Alla fine, il risultato sperato e atteso è giunto. L’Europa finalmente c’è. Nel suo spirito solidale, nel suo ruolo sovranazionale, come entità politica e non solo monetaria. L’Italia del corona virus ottiene, nel momento più grave della crisi, un riconoscimento che potrebbe cambiare la sua storia. Il condizionale è d’obbligo. In realtà la decisione europea è solo una prima tappa, decisamente importante, del percorso che il nostro Paese ha davanti. Il primo obiettivo da raggiungere è la celerità nel definire una strategia programmatica. Occorre agire sulle priorità evitando litigiosità della politica e sprechi in cose solo apparentemente utili. Evitare l’assalto alla diligenza che può compromettere i risultati attesi. Accade però, ed è cronaca delle ultime ore, che il confronto tra le forze politiche, soprattutto della maggioranza, si caratterizzi su ipotesi discordanti sul come, e sul chi, debba controllare la “borsa” che Bruxelles ha riempito con il tintinnio di monete importanti. Task force o Parlamento o unità centrale di controllo sono le ipotesi gestionali dei fondi. Lo scontro è aperto. Approssimativa è anche la distribuzione delle risorse sull’intero territorio. Riemerge il vecchio refrain di dissidio tra Nord e Sud che allontana l’unità del Paese, riproponendo lo schema tra usurpatori e penalizzati. Sarebbe, a mio avviso, un errore madornale se si cogliesse il successo dell’accordo europeo non come occasione di riequilibrio territoriale, ma come prevaricazione di uno sull’altro. E’ molto probabile che queste difficoltà possano acuirsi ancora di più per effetto della campagna elettorale per le regioni. Fa tremare le vene e i polsi il fatto che i fondi europei concessi all’Italia, spendibili solo nella prima metà del prossimo anno, potrebbero seguire lo stesso percorso dei fondi Ue relativi alla programmazione 2014- 2020. A sei anni dall’avvio concreto della programmazione restano da spendere – secondo un dettagliato studio – ancora 37,9 miliardi di euro pari al 71,2% dei fondi assegnati all’Italia. Nel dettaglio si rileva che per l’intero Mezzogiorno è allarme rosso. Tra Fondo sociale europeo (investimenti sul lavoro, conoscenza e inclusione) e Fondo europeo di sviluppo regionale (investimento sulle imprese, ricerca, ambiente, energie e infrastrutture) restano da \spendere 5,2 miliardi di euro in Puglia, 3,7 miliardi in Sicilia, 3, 6 miliardi in Campania, 1,7 miliardi in Calabria e 1,4 miliardi nel Lazio. A queste cifre vanno aggiunte quelle relative ai Programmi nazionali gestiti dalle Amministrazioni centrali dello Stato. Fra pochi mesi la programmazione europea 2014-2020 concuderà il suo percorso e il nostro Paese, in particolare il Mezzogiorno, dovrà restituire all’Europa i fondi non spesi che saranno redistribuiti tra gli altri Stati europei. E’ probabile, come è avvenuto nel passato, che le regioni faranno ricorso alla cosiddetta “accelerazione della spesa”. Si tratta di velocizzare l’utilizzo dei fondi con progetti minimi elaborati dagli enti locali. Così i governatori delle regioni del Sud si appenderanno al petto la medaglia dell’efficienza. Ma si tratta solo di fake news, diranno. Allora, se lo scrigno della memoria ha incamerato quale sia di fatto la capacità di spendere le risorse disponibili, è d’obbligo auspicare che anche per quelle previste dal Recovery Fund non accada la stessa cosa. Sarebbe davvero una grande iattura, un imperdonabile errore che danneggerebbe ulteriormente il nostro Paese in un momento in cui il futuro ha bisogno di certezze per la ripresa economica e sociale. In particolare nel Mezzogiorno che risente di una crisi strutturale aggravata dall’effetto notte che è caduto sul turismo, fonte primaria delle sue risorse. Se l’Europa c’è, il Sud deve mobilitarsi. La classe dirigente meridionale ha davanti la grande occasione di un reale riscatto. Il lavoro da fare esige una straordinaria attenzione per la definizione degli obiettivi prioritari. Occorre un disegno strategico che si concretizzi con la volontà del fare. E’ questa la sfida che una classe dirigente, scevra da compromessi al ribasso e attenta alla questione morale, deve saper lanciare a coloro che fomentano disunità all’insegna della malapolitica.

di Gianni Festa

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