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L’Europa e le unioni civili

 

Per molti una matrigna più che una madre. Eppure con l’Europa dobbiamo convivere. Oltre metà delle norme che oggi si applicano in Italia arrivano da Strasburgo e Bruxelles. Provvedimenti più subiti che compresi, anche per questo ancora non è nata una comune identità europea e il peso dei singoli stati resta forte. La diversità è resa ancora più evidente quando si entra nella sfera dei diritti. Emblematico è il caso delle unioni civili riconosciute in undici stati europei. Tredici sono andati oltre, riconoscendo il matrimonio per le coppie gay mentre sono 17 le nazioni dove è in vigore lo stepchild adoption che permette l’adozione del figlio del coniuge. Otto invece gli Stati (tra cui l’Italia) che non hanno previsto alcuna tutela per le coppie omosessuali. E proprio in questi giorni il Consiglio d’Europa ha spinto il nostro Paese ad accelerare per garantire il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso cosi come stabilito dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani del 21 luglio 2015. Il primo paese al mondo ad autorizzare le Unioni Civili è stata la Danimarca nel 1989. Esempio seguito da tutti i paesi dell’Europa del Nord. La situazione cambia nell’Europa del Sud seppur con vistose differenze. La più eclatante riguarda la cattolica Spagna. A Madrid le nozze omosessuali sono legali dal luglio 2005 e le coppie gay possono adottare bambini anche se non sposate. Provvedimenti varati dai governi socialisti di Zapatero che però il Partito Popolare di destra e conservatore non ha mai pensato di cancellare. Un altro paese di solida tradizione cattolica come l’Irlanda è stato il primo a dire sì alle nozze gay con un referendum nel 2015. Altri paesi hanno approvato le unioni omosessuali per via parlamentare. Tra questi il piccolo Lussemburgo, nazione dove si si è celebrato il primo matrimonio gay di un Capo di Governo di un Paese europeo. Il premier lussemburghese Xavier Bettel si è sposato nel municipio del Granducato a maggio del 2015 con un architetto belga. Lussemburgo, che è bene ricordarlo, è tra sei paesi fondatori dell’Unione. Sono passati ormai quasi 70 anni da quando tre statisti cattolici il tedesco Adenauer, il francese Schumann e l’italiano De Gasperi ebbero l’idea di dare vita ad una comunità economica. Obiettivo costruire un senso di solidarietà tra Stati che solo pochi anni prima si erano drammaticamente combattuti. Un sentimento comune per annullare differenze e squilibri attraverso attività commerciali e scambi tra i vari paesi della comunità europea. A distanza di anni si è imposta l’Europa della moneta e i paesi da sei sono diventati 28 ma le differenze sono aumentate e non diminuite. L’Europa dei diritti è parte di questo disegno complessivo e non può essere considerata solo un pezzo del puzzle. E proprio il richiamo europeo pesa sul dibattito italiano sulle unioni civili. Oggi il provvedimento arriva in aula al senato e divide trasversalmente gli schieramenti. A rischiare di più è il Partito Democratico che però dopo una non semplice mediazione voterà sì alla legge sulle unioni civili anche se restano delle opinioni diverse sul tema delle adozioni. Contrari al testo UDC e Nuovo Centro Destra ed Alfano non esclude il ricorso ad un referendum abrogativo nel caso passasse la legge. Attento agli equilibri di maggioranza ma ancor di più all’umore del paese è il Presidente del Consiglio Renzi che come spiega Stefano Folli “si pone sempre in misura prioritaria la ricerca del consenso e dunque è fondamentale non incrinare la propria immagine di riformatore ma lo è altrettanto quella di impedire strappi, non dividere insomma il paese su temi che hanno notevole impatto etico e toccano diverse sensibilità umane e religiose”.
edito dal Quotidiano del Sud

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